Archive for May, 2010

ALLEANZA per l’Italia + Partito della NAZIONE…

May 31, 2010

Amici di Gianfranco

Il reality Amici di Gianfranco giunge alla sua terza puntata. Uno “speciale” direi, che si propone di dare uno sguardo attento a tutto quello che gravita intorno alla casa dei Finiani.

Il punto è semplice: le dinamiche bipolari stritolano tutti quelli che provano a discostarsene. Oggi è un suicidio politico uscire dalle orbite dei due poli. Ci ha provato la sinistra radicale con gli esiti che tutti noi conosciamo; ci ha provato Rutelli con la sua Api, non pervenuta alle ultime elezioni regionali, e ci ha provato Casini con la celebre ma poco redditizia politica dei due forni.

Intanto qualche giorno fa, proprio Pier Ferdinando ha annunciato la nascita di un nuovo partito che proseguirà il percorso politico dell’UDC: il Partito della Nazione. La piattaforma rivendicativa e programmatica della neonata creatura è ancora un mistero (della fede si potrebbe coerentemente dire). L’unica cosa che è chiara è proprio l’idea mai morta di un nuovo grande centro, un progetto politico alternativo alle logiche bipolari e con lo sguardo fisso alle prossime politiche del 2013. E già perché di questo si sta parlando. Prepararsi al grande evento richiede tempo: chi per primo metterà in campo il progetto più lungimirante porterà a casa i risultati migliori. In questo momento, infatti, a farla da padrone sono ancora le tante incognite che gravano su questa fatidica data: prima tra tutti cosa farà Berlusconi e, in caso di una sua uscita di scena, cosa succederà all’interno del PDL. Chi prenderà il timone del Popolo della libertà e quanta influenza avranno in questa scelta le volontà dei leghisti; che ruolo spetterà a Fini e, soprattutto, quanto vale un PDL senza Silvio.

Chi possedesse poteri da veggente faccia uno squillo a Bersani, che credo proprio ascolterà con molto interesse. Fatto sta che il buon Casini una qualche idea in proposito deve essersela fatta: il grande centro appunto che tra l’altro, ha già dichiarato, non sarà lui a guidare. Ed anche su questo si accettano scommesse…

Io non voglio inoltrarmi troppo nei bui ed inconoscibili meandri del futuro. Ma posso provare a unire alcuni punti già abbastanza chiari.

Se Berlusconi ci regala altri cinque anni di giovinezza, non cambierà molto. In caso contrario, l’unico leader del PDL che piace in casa sua ed in casa di Bossi è Giulio Tremonti.

Intanto Rutelli ha fondato “ALLEANZA per l’Italia”. Casini a sua volta ha creato il “Partito della NAZIONE”. E Fini, in fuga dalla destra ed orfano di ALLEANZA NAZIONALE,  è come sappiamo in cerca di amici.

Che qualcuno gli stia lanciando dei messaggi, neanche tanto cifrati?

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Vado a vivere da solo

May 27, 2010

Brunetta, Vado A Vivere Da Solo

Il rapporto annuale dell’Istat presentato ieri alla Camera fotografa un paese per vecchi. Per i giovani, niente di buono in vista. Siamo diventati una “Repubblica degli Stage”. Non pagati, ovviamente.

Sui media si parla di fenomeno «NEET»: «Not in Education, Employment or Training». Sono sempre di più i giovani sotto i 30 anni la cui vita si riconosce nei versi di una canzone di tanti anni fa di Giovanni Lindo Ferretti, che diceva: «non studio non lavoro non guardo la Tv, non vado al cinema non faccio sport». E non sempre è una scelta, purtroppo.

Il 21.2% degli under 29 (due milioni circa di ragazzi) non lavora né studia. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (25.4%) è più del triplo di quello totale (7.8%). Questo vuol dire che a pagare questa crisi sono soprattutto i giovani. E quindi, non c’è da stupirsi che il 59.2% dei 25-29enni vive con mamma e papà.

Questa situazione è evidentemente l’altra faccia della precarietà. Se non hai un lavoro che ti garantisce di fare progetti a medio-lungo termine, come puoi andartene di casa? Chi andrebbe a vivere con la fidanzata/il fidanzato sapendo che il contratto scade tra sei mesi, e c’è il grave rischio che entrambi restino senza lavoro per mesi prima di trovarne un altro? Chi lo paga l’affitto?

Effettivamente, quando penso che un Ministro si è permesso di insultare le persone che (come me) vivono questo ricatto dandoci dei bamboccioni, mi viene un’idea. Sì, ho deciso.

Vado a vivere da solo, finalmente. E quando resto senza lavoro per qualche mese, spedirò a Brunetta le rate dell’affitto e le bollette da pagare.

Grazie Ministro, ora non sono più un bamboccione.

Intervallo – In tempi di crisi

May 25, 2010

Intervallo - Political TV

E’ di questi giorni un’inchiesta pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz che lancia un campanello d’allarme sul riemergere di una cultura razzista e xenofoba proprio nel cuore del Nord Italia, il motore economico del nostro Paese.

L’analisi condotta dalle due giornaliste israeliane delinea un quadro realistico, che tuttavia a mio avviso non coglie fino in fondo alcuni passaggi. Ma andiamo per gradi: il crescente potere politico della Lega Nord, si legge, starebbe da un lato riaprendo la strada a formazioni politiche di chiara ispirazione neofascista, dall’altra creando un humus culturale che ha sdoganato il razzismo ed ha ridato legittimità a proposte  politiche xenofobe.  Delle due affermazioni solo quest’ultima mi sembra centrata: è indubbio infatti che quando a parlare di clandestini da respingere in mare, gommoni da affondare, moschee e “kebab” da chiudere o  rastrellamenti da organizzare, sono addirittura ministri della repubblica, seguiti a ruota dai tanti amministratori locali in quota alla Lega Nord, chiunque altro voglia aggiungersi a cantare ritornelli simili sia sicuramente agevolato. Il razzismo è sempre un fenomeno culturale: aver sdoganato linguaggi ed abitudini culturali, che speravamo di aver seppellito ormai più di sessant’anni fa, è indubbiamente una delle “opere meritorie” che la Lega Nord può inserire nel suo curriculum vitae.

Ed il revival di iniziative di soggetti politici neofascisti come quelle di Milano in queste ultime settimane, denunciate dal quotidiano israeliano, ne sono un’ulteriore riprova.  A differenza dell’analisi  riportata sulle pagine di Haaretz, però, non credo che queste siano il segnale della forza di tali formazioni, al contrario mi sembra che ne testimonino tutta la difficoltà politica che stanno attraversando. Una difficoltà che se da un lato è motivo di piacere per la democrazia italiana dall’altro trova, a mio avviso, una spiegazione molto meno confortante.  

Cosa sta succedendo? Succede che gli ingredienti per un’avanzata elettorale dell’estrema destra di certo non mancano, un dato così evidente che senza dubbio non sfugge ai vari leader della destra radicale italiana, da sempre in attesa di trovare le condizioni fertili per un ritorno in grande stile sulla scena politica nazionale, specie in un quadro politico che dalla fusione di AN e Forza Italia è rimasta priva del partito politico erede della tradizione missina. Su tutti almeno quattro elementi: la crisi, la corruzione della politica nazionale, il tema dell’immigrazione ed un diffuso euroscetticismo.

Ora, il mix di questi quattro elementi potrebbe essere una bomba in termini elettorali per qualsiasi formazione politica di destra nazionalista, xenofoba e sociale, una considerazione avallata dal confronto con quanto avviene in altri Paesi europei. Il caso dell’Ungheria direi che è il più emblematico, ma anche i dati elettorali ad esempio della destra francese o olandese vanno nella medesima direzione.

Ed allora perché in Italia le fortune elettorali di Fiore & Company sono così misere?

Ma perché da noi alla destra del quadro politico non c’è alcun vuoto politico da poter coprire!

E’ proprio il successo della Lega Nord che, in maniera solo apparentemente paradossale, da una parte tarpa le ali alle formazioni politiche di estrema destra dal punto di vista elettorale, dall’altra dimostra esattamente che gli argomenti tipicamente destrorsi pagano oggi più che mai in termini di consenso. Non si scappa: il voto leghista è espressione in buona parte di un voto xenofobo e razzista. Una Lega che infatti ha costruito proprio sulla demonizzazione degli immigrati buona parte dei suoi slogan elettorali, che fa della difesa dell’identità il grimaldello per resistere alla crisi ed alle “invasioni barbariche”, che indica nel federalismo fiscale la panacea a tutti i mali, che continua a gridare “Roma Ladrona” (nonostante occupi stabilmente da più di vent’anni tante poltrone nei palazzi capitolini del potere), che banalizza i rischi di un’economia finanziaria internazionale malata in accuse populistiche lanciate contro Bruxelles. Altro che radicamento nel territorio! 

Ecco quindi che oggi su questi temi c’è davvero ben poco da coprire: chiunque desideri farsene portavoce si trova infatti in ottima compagnia: si trova a salire, per così dire, su di un vagone dove non ci sono più posti liberi.  Sold out: è già tutto occupato da Bossi ed i suoi. 

Ma le spiegazioni della marginalità dell’estremismo di destra non credo finiscano qui. La storia infatti ci insegna anche un’altra cosa: i periodi di crisi economica e sociale aprono la strada a derive autoritarie, a scorciatoie politiche che superano le pastoie della democrazia concentrando la direzione nelle mani di un uomo solo. Il leader carismatico, in cui la nazione si identifica ed a cui il popolo consegna sempre volentieri le redini del potere e la responsabilità di superare i momenti di crisi. E qui entra in gioco Berlusconi, l’uomo forte al timone con il suo calcolato mix di bavagli alle garanzie democratiche,  controllo dell’informazione, retorica populista. Come spiegare altrimenti il fatto che di crisi non si parla o si parla pochissimo (il film Waterworld trasmesso da Political TV qualche giorno fa dovrebbe ricordarci qualcosa…), i grandi eventi e le grandi opere per decreti delega, la chiusura dei talk show politici in campagna elettorale, gli attacchi alla magistratura che non vuole farsi da parte, la marginalizzazione del Parlamento e così via.

Così il forte consenso di cui gode Silvio Berlusconi rappresenta il secondo motivo per cui neanche in tempo di crisi le fisiologiche derive autoritarie non si rivolgono alla destra radicale ma trovano nel leader populista e forte una sintomatica scorciatoia.

B&B dunque, Berlusconi e Bossi, la risposta tutta italiana alla crisi economica che permette al centrodestra di vincere le elezioni nonostante governi male ed impedisce alla destra estrema di trovare fortune nelle urne elettorali, costringendola a scalpitare in cerca di nuovo protagonismo.  In ogni caso brutte notizie: c’è davvero ben poco da rallegrarsi perché chi latita in questo quadro è proprio la sinistra e perché laddove B&B dovessero perdere l’attuale consenso non esiterebbero neanche un secondo (cosa che del resto già fanno in numerosi territori) a fornire a gruppi della destra radicale tutte le sponde istituzionali di cui necessitano.

Waterworld: pesci palla, tritoni e… pesci che saltano fuori dall’acquario

May 23, 2010

TG1 - Waterworld

Non tutte le relazioni di potere avvengono alla luce del sole. Anzi, possiamo tranquillamente affermare che le relazioni “formali” di potere, quelle che avvengono secondo la legge, sono solo la punta di un iceberg. Il resto rimane sommerso sotto la superficie.

Restando nella metafora, se ciò che è sotto il mare rappresenta il lato oscuro della politica e del potere, l’Italia è Waterworld. E gli italiani, come i protagonisti del film, vagano alla ricerca della terra ferma bevendosi la loro pipì e coltivando pomodorini in vasetti minuscoli. E se sotto il mare abitano gli uomini di potere, Berlusconi è un Tritone di tremila anni che importuna le sirenette… e Minzolini che pesce è nel mondo di Waterworld? Minzolini è sicuramente un pesce palla (nel senso che le racconta, le palle) che nuota nell’acquario del Tritone. Se non fosse sufficiente vedere il TG1 per rendersene conto, basterebbe pensare all’inchiesta di Trani, apparsa sui giornali il 12 marzo 2010: il caso delle intercettazioni telefoniche in cui Minzolini avrebbe rassicurato il premier sui contenuti di alcuni servizi del TG1.

Ciò che esce depotenziato e svilito da questa situazione è il ruolo dei media italiani, che sono sia oggetto sia strumento del potere. Sono oggetto del potere, poiché è nei loro confronti che si rivolge il potere politico. Sono strumento del potere, poiché attraverso di loro il potere politico si esercita sulla collettività dei telespettatori. Ogni tanto però qualche pesce salta fuori dall’acquario del Tritone: Maria Luisa Busi ha rinunciato alla conduzione del Tg1, scrivendo in una lettera che «l’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese».

Che dire: grazie Maria.

Padania’s Got Talent – Matteo Salvini, un fuoriclasse!

May 21, 2010
Padania’s Got Talent

Eccoci qui, ci risiamo: a poche ore dal lancio del reality Padania’s got Talent, uno dei migliori fuoriclasse leghisti ci costringe a preparare d’urgenza la seconda puntata! Trattasi dell’ennesima uscita di Matteo Salvini, in effetti già celebre per il suo talento cristallino, che intervenendo ad un convegno sul tema “Italiani del domani” ha dichiarato che “agli immigrati non interessa poter avere il diritto di voto”. Veramente eccezionale è poi la spiegazione adotta: in pratica gli immigrati che conosce lui, quelli che si rivolgerebbero alle tante amministrazioni politiche dirette dalla Lega Nord, avrebbero a cuore la casa, gli ospedali, il lavoro e non certo la possibilità di partecipare al voto, amministrativo o politico che sia. Questione di priorità si potrebbe riassumere: ed in effetti chi mai potrebbe avere il chiodo fisso del diritto di voto quando non ha da lavorare, non può farsi curare o non sa dove andrà a dormire il mese prossimo? Ma certamente nessuno, neanche tra cittadini italiani! Davvero curiosa poi la coincidenza che, proprio sui tre temi più gettonati in testa alle preoccupazioni degli immigrati, la Lega Nord sostenga delle posizioni particolarmente sbilanciate in favore di questi. Come non ricordare la proposta leghista dei medici spia o il ritornello padano delle case popolari e dei posti di lavoro che i cittadini stranieri ruberebbero ai nostri connazionali. Quello che si dice mettere i propri interessi in cassaforte! Ed ecco quindi che ci vuole del talento, e tanto, per sostenere che gli immigrati desiderino lasciarne la gestione, tutta politica tra l’altro, a così sobri amministratori padani, quando potrebbero scegliere democraticamente da chi farsi rappresentare e magari difendere in maniera giusto un tantino più efficace.

Quello che invece ancora riesce a stupirmi è la naturalezza (notato nel video la faccia sveglia del nostro eroe?) con cui i leghisti sistematicamente se ne escono con dei teoremi, con tutta evidenza di una geometria non euclidea, che diventano immediatamente dei tormentoni mediatici e politici grazie al fatto che in genere non trovano giornalisti che gliene chiedano conto o interlocutori politici capaci di un contraddittorio all’altezza. Non in questo caso, per fortuna!

Telefono Giallo !!! – Un revival dei mitici 80s dedicato alla Santanché

May 19, 2010

Telefono Giallo - Il caso Santanché

Così come il buon Augias nel mitico “Telefono Giallo” affrontava casi giudiziari e misteri ancora aperti, ci occupiamo qui di come sia mai possibile, e ripeto mai possibile, che qualcuno ascolti una come la Santanché.

Sapete l’ultima?  La Santanché ha difeso il diritto alla privacy dei boss mafiosi. “Che senso ha intercettare un mafioso mentre parla con la madre? E’ un abuso” ha detto il sottosegretario per l’Attuazione del programma di governo (!!!!!!) nel corso della trasmissione Mattino Cinque.

Berlusconi dice di smetterla di asoltare le sue telefonate perchè ogni volta ne viene fuori una: Minzolini (che Berlusconi chiama “direttorissimo”… non notate una sottile presa per i fondelli?) che confeziona il TG1 secondo il volere del Cavaliere, la Carfagna che lo accontenta come può, e così via. Ma dico, fino ad ora sembravano almeno tutti d’accordo che le intercettazioni, almeno per i mafiosi che parlano con tra loro eravamo tutti d’accordo (i mafiosi che parlano con i politici ovviamente non vale).

Nemmeno quello!!!!!! La Santanché ha oltrepassato anche questo limite. Ma dite che è così fessa? No, è evidentemente in cerca di protagonismo mediatico. Invitano tutti ma proprio tutti in Tv, dalla Mussolini a Sgarbi, Sallusti è sempre ovunque… e lei? Come al solito le deve sparare grosse per apparire. Ma proprio grosse. Bah… evidentemente è una seguace di Oscar Wilde (o di Andreotti, in realtà non si sa chi ha copiato dall’altro): “Nel bene o nel male l’importante è che se ne parli”. Di cosa? Della Santanchè, ovviamente. Non delle cose che dice. Nell’epoca della personalizzazione sfrenata della politica, l’importante è mettere la faccia sotto le telcamere più spesso possibile. Tanto d quello che dici non gliene frega niente a nessuno. Ma voi… siete d’accordo?

Padania’s Got Talent – Quando la Lega se ne frega

May 18, 2010

Si è quindi conclusa la prima edizione di Italia’s got talent con la vittoria di Carmen Masolo, cantante soprano di Novara. E chissà che anche il governatore piemontese Cota non decida di premiarla; o, magari una giovane trota presa dall’entusiasmo, non proponga un’edizione ad hoc per i 150 anni di quella cosa comunemente chiamata Italia (a volte Paese, raramente Stato, mai Repubblica): l’istituzione di uno show dei talenti in chiave celtica. Ci sarebbero già i giochi padani. Dove memorabile fu una medaglia d’oro, sui 60 metri, al secondo genito del senatur (pescolino rosso?) anni fa. Pero qui si tratta di cercare linfa nuova da mettere ai vertici del partito più vecchio d’Italia (sigh), per rimpiazzare gli attuali leader; quelli sì usciti vincitori da qualche tiro alla fune o taglio del tronco. Ma i tempi cambiano, e nell’era tecnologica un ragazzino che s’inventa sul web un giochino il cui scopo è sparare alle imbarcazioni clandestine che arrivano sulle coste della Penisola. E fa il pieno di consensi… Boom! Buon sangue non mente.

Il “padroni a casa nostra” è allora il vero talento che il “padano da monta” deve avere: la difesa del proprio territorio (un istinto animale). Dall’attacco di un nuovo Federico Barbarossa e il suo temibile esercito? Macché! Da un manipolo di disperati stanchi e denutriti. Chissà se anche loro entreranno nei libri di storia: gli immigrati, i residui della società moderna. Ieri era la loro sleale concorrenza a farli temere, “ci tolgono il posto di lavoro”, oggi è la loro feroce natura a renderli criminali, “stuprano, spacciano e rubano”. Minate le nostre sicurezze, brancoliamo nella paura in attesa di qualcosa o qualcuno che ci salvi; e qui entrano in campo Bossi e compagnia. Meno male che la Lega c’è. La Padania per il momento (e per fortuna) ancora no.

Eredi del leggendario Alberto da Giussano, si (auto)proclamano difensori della Sacra Madre Patria; nazionalisti si direbbe, se non fosse che la loro idea di nazione non è esattamente quella più consona a uno stato-di-diritto. Fatto sta che, mascherandosi da paladini della ricchezza padana, danno abito a tutte le più becere forme d’intolleranza verso il diverso. Un diverso che guarda caso “gode” di uno status sociale decisamente inferiore: un pezzente, mai un figo. D’altra parte, se un australiano venisse in Italia irregolarmente, forse qualcuno si sentirebbe minacciato dalla sua presenza? Nessuno, ipocrita chi pensa il contrario. Passerebbe inosservato anzi, persino lodato: un tipo cool. Un somalo invece no. A lui tocca un destino differente, e sarà sempre apostrofato come un semplice “negro di merda”. E per questo pericoloso, quando in realtà semplicemente affamato.

Difficile credere che un immigrato lasci il suo paese e la sua famiglia solo per delinquere a casa di qualcun altro. Oltretutto dopo un percorso infernale; un “viaggio della speranza” di mesi, stretto su un gommone o nascosto sotto un camion. Poi, toccata terra, sfoga le sue passioni sessuali, entra nell’altrui proprietà e vende droga? Sarebbe grottesco. In mente avrà avuto qualcos’altro, forse s’immaginava un’accoglienza più umana. Peccato che non può sapere: parte da disperato, quindi disinformato. No, se solo sapesse tornerebbe subito indietro, “a casa sua”. Purtroppo però non ha più i mezzi ed è costretti a rimanere. E a sopravvivere.

Pensare che il fondatore del movimento, l’Umberto, una volta gridava, “con i fascisti mai”, quando l’ultimo arrivato, il Silvio, gli presentava Gianfranco. Salvo poi minacciare una marcia su Roma, “stiamo oliando i kalashnikov”, e votare una legge che porta la mente ai favolosi anni trenta: l’introduzione del reato di clandestinità. Le mode si sa, ritornano.

La sicurezza non è legata alla clandestinità, ma alla povertà: non sono pericolosi, hanno fame. Perché non dargli da mangiare? “Vengono a casa nostra e li dobbiamo pure mantenere”, la pronta replica. La verità è pero che ci costerebbero meno . E’ gente che si accontenterebbe anche solo dei nostri avanzi. Il cui costo è pari a zero, o comunque irrisorio. Una spesa ridicola rispetto a quello che sperperiamo, per esempio, per impianti di sicurezza, o per un Full HD che poi abbiamo paura ci rubino. Diamogli un piatto di pasta e sia finita! Ma a casa nostra, come amici; che forse non è poi cattiva gente.

Purtroppo è troppo facile prendersela con il più debole, e scaricargli addosso le colpe di uno Stato che paga con l’insicurezza collettiva, il saccheggio indiscriminato del suo cuore pulsante: Roma, la sede del potere. La Capitale mai accettata. La città che, seppur eterna, mai sarà come Londra per gli inglesi o Parigi per i francesi. Su questo la Lega ci aveva visto giusto. Peccato che nonostante i buoni propositi abbia in realtà contribuito a questo scempio pubblico, non opponendosi, bensì mischiandosi, con un sistema marcio e malandato. Così, neanche un centesimo capitolino prende la via padana, restando al massimo nelle tasche del Carroccio.

C’era una volta “Roma ladrona”. Lo era, anzi lo è. Però adesso non se ne parla più. Ora che le camicie verdi (o foulard, cravatte, fazzoletti) adornano i palazzi Chigi e Madama, (Grazioli è per il by night) nessuno dice più niente, tutto rimane come prima. Aumenta solo la propaganda. Calderoli fa il Nerone e brucia “375mila leggi inutili” e la gente gli crede. Senza sapere che le norme totali del Paese siano in realtà meno di 150mila. Sorvolando i ricordi mal auguranti dei falò-spettacolo nella storia, vien da chiedersi cos’altro sia finito tra le fiamme. Forse i verbali di quando a Pontida definivano la Fininvest un’azienda mafiosa  e il suo padrone un piduista bugiardo. Chissà. L’anticasta Gianantonio Stella, con la puntuale eleganza, ha subito fatto due calcoli: per promulgare tale quantità di emendamenti, tutti i governi, nei 150 anni dell’Italia (comprensivi di monarchia e dittatura), avrebbero dovuto confezionare (lavorando tutti i giorni, anche durante le guerre), circa 7,8 leggi al giorno: una ogni ora! Beato chi ci crede.

E comunque, tra le leggi inutile bruciate dal ministro per la Semplificazione Normativa (mai ministero fu peggio assegnato), alcune le aveva promulgate lo stesso governo di cui fa parte. Complimenti, ma a che servivano? Tanto per avere un’idea sul personaggio, è quello che pochi anni ha firmato l’attuale legge elettorale (che non ci consente di votare chi vogliamo), andando poi in televisione a definire tale provvedimento “una porcata” . Viva la sincerità!

Evidentemente la Lega non riesce a fare quello che promette in campagna elettorale, ma dà l’idea di riuscirci. E questo piace; ai votanti dai pensieri annebbiati. Certo avere un alleato con l’hobby della televisione contribuisce, e non poco, a rendere il prodotto più appetibile: così il governo non è più ladro neanche quando grandina e i votanti possono mettere a nanna il cervello fino alla prossima tornata elettorale. La Tv commerciale è gratuita, la buona pubblicità però si paga. Il prezzo della Lega è stato mettersi una benda davanti agli occhi e ossequiare il grande capo con l’unica promessa che è riuscito a mantenere con gli elettori: l’abolizione della tassa sulla prima casa. “Via l’Ici” disse Silvio. E così fu. Il partito battagliero, quello dei “discendenti dei partigiani” (Bossi dixit), che minacciava lo sciopero fiscale invitando il popolo a dare “i soldi ai Comuni”, ha avallato senza opporre resistenza l’abolizione dell’unica tassa nazionale che finiva direttamente nelle casse (piangenti) dei Municipi. Il tutto dovendo anche recitare la parte di quelli orgogliosi di averlo fatto. Ma ai padani non far sapere che il provvedimento ha reso, ancor di più, i Comuni succubi del potere centrale. E quindi (fa più effetto) schiavi di Roma. Coerenza? Zero. Come i risultati.

di fabio_deste

“La politica nel pallone” – Gli arcani meccanismi della politica italiana in pillole calcistiche.

May 14, 2010

Spesso, tanto nel mondo del calcio quanto in quello della politica nostrana, il cosiddetto “tifo contro” vale più del “tifo per”.

Un insegnamento che i tifosi romanisti ed interisti devono avere imparato bene due domeniche fa, quando l’Inter capolista è scesa a Roma ed ha trovato uno stadio Olimpico tutto dalla sua parte, disposto ad  accompagnarla per mano nel battere una Lazio praticamente inerte. Alla gara sono seguiti fiumi di polemiche sulla stampa sportiva e sui media nazionali: l’accusa rivolta alla tifoseria laziale sarebbe quella di avere condizionato i propri beniamini biancocelesti obbligandoli a perdere la partita contro l’Inter. In caso di vittoria, infatti, a beneficiare dello stop della squadra milanese sarebbero stati gli odiati cugini romanisti, a due sole lunghezze dalla capolista.

Ora, tralasciando l’indignazione di tutto il pubblico sportivo italiano (meno quello interista e laziale naturalmente!), ciò che mi interessa è in primis descrivere la logica che sta dietro alla questione ed in seconda battuta evidenziarne le strette analogie con uno dei meccanismi di funzionamento della competizione politica partitica nostrana, specie di quella tipica della cosiddetta Seconda Repubblica. Non ci vuole certo Machiavelli per comprendere che le ragioni dell’atteggiamento tenuto dalla tifoseria laziale risiedono nella rivalità con l’altra squadra della capitale. Come si è detto, vincere quella partita avrebbe permesso il sorpasso della Roma sull’Inter, sorpasso che a due sole giornate dalla fine sarebbe equivalso a consegnare lo scudetto nelle mani dei giallorossi.

“Piuttosto che dare lo scudetto ai romanisti ce ne andiamo in serie B”, è stato il motto condiviso dalla maggioranza dei tifosi laziali (la Lazio non aveva infatti ancora la matematica certezza della salvezza). Qualcosa di molto simile avviene nell’atteggiamento di buona parte dell’elettorato italiano quando si tratta di recarsi alle urne. La radicalizzazione della partigianeria che sta connotando così distintamente la nostra società, in particolar modo da quando è sceso in campo (le analogie tra politica e pallone non finiscono mai!) Silvio Berlusconi, somiglia tanto al sentimento che ha determinato l’atteggiamento dei tifosi laziali. In politica infatti il “tifo contro” spesso rappresenta una componente rilevantissima nella decisione di voto di un elettore. Nelle tornate elettorali degli ultimi quindici anni infatti, in misura diversa a seconda  della legge elettorale che regola la competizione (amministrative, europee o politiche), la ratio che ha orientato la scelta tra l’offerta politica partitica spesso è stata proprio quella di ostacolare maggiormente il partito o il leader più inviso. In un clima politico come quello della nostra Seconda Repubblica, in cui la contrapposizione bipolare sta facendo la parte del leone, le componenti psicologiche del “voto contro” hanno infatti trovato un terreno particolarmente fertile.

Tecnicamente ad aver amplificato il fenomeno, che va ricordato è comunque presente in qualsiasi competizione politica di qualsivoglia democrazia del mondo, è proprio la logica bipolare associata al sistema maggioritario, quella cioè che rende certo (e possibile nei numeri, si pensi ai premi di maggioranza) che il partito o la coalizione che raggiunge la maggioranza relativa andrà al governo. La stessa logica che stritola tutti i partiti minori che rimangono fuori, per scelta o per esclusione, dalle uniche due coalizioni con possibilità di vincere. Nella prassi politica, poi, molto spesso gli esponenti delle due coalizioni principali hanno invitato l’elettorato a non “disperdere” la propria preferenza votando chi non gareggia nella sfida principale, esortando i cittadini, per così dire, ad esprimere il famigerato voto utile. Ora, questo equivale esattamente ad avallare la logica del “voto/tifo contro”: quando io chiedo ad un elettore di non scegliere un partito che non è allineato nei due schieramenti, lo sto infatti semplicemente invitando a votare contro la vittoria della parte politica da lui più distante. Ed ancora, quando la gran parte della comunicazione politica si basa sulla contrapposizione all’avversario, sulla sua demonizzazione, si cerca esattamente di sfruttare l’effetto del “voto contro”. Marcare gli aspetti negativi dei propri avversari politici è un espediente molto efficace, soprattutto quando ci si rivolge al grande pubblico, che in letteratura è studiato come “negative campaigning” .

Che ci piaccia o no, il “voto contro” ed il “tifo contro” sono due pezzi di realtà del nostro Paese, che il clima da bagarre che domina tanto il dibattito mediatico sportivo quanto quello politico hanno incrementato in misura rilevante. Possiamo essere più o meno d’accordo, ma tant’è. L’errore che spesso si commette è credere che a poterne sfruttare gli effetti siano soprattutto i partiti di centrosinistra, che troverebbero nell’antiberlusconismo un formidabile collante ed un immediato punto di forza nell’urna elettorale. Ed invece credo che al punto in cui siamo arrivati, nonostante sia  vero che la leadership di Berlusconi attiri tanto consenso quanto avversione, anche per gli elettori del Popolo della libertà valgano i medesimi sentimenti nei confronti degli esponenti di centro sinistra e della loro possibile vittoria. D’altronde tutta la retorica berlusconiana della sinistra comunista, illiberale, statalista e fannullona deve aver fatto breccia nel cuore e nelle menti dei tanti elettori del PDL. Numeri alla mano è impossibile non notare come l’Italia sia spaccata in due da almeno quindici anni: troppo tempo e troppe occasioni sono state dedicate ad alzare le barricate da ambo le parti. E’ per questo che quando Fini prova a smarcarsi da questa logica non lo segue nessuno, che la sinistra radicale è in via di estinzione e che gli appelli di Casini cadono miseramente nel vuoto. Ed è ancora per questo che i cambi di schieramento passano per tradimento e non vengono premiati dagli elettori, ormai radicalizzati su posizioni da trincea.

I moralismi del giorno dopo lasciano quindi il tempo che trovano, specie poi se provengono dai banchi di Montecitorio: sia quando ci si indigna per l’atteggiamento della tifoseria della Lazio dopo che per anni si è soffiato sul fuoco della rivalità delle due squadre della capitale, sia quando si formulano gli inviti a dialogare, gli appelli per abbassare i toni dello scontro politico e via dicendo, nonostante entrambe le coalizioni costruiscono la loro comunicazione, il loro posizionamento, quando non la propria identità politica, sulla contrapposizione all’avversario.

Chi è rimasto escluso da questo vortice è invece quella grande fetta di Italiani che non vanno a votare, i famigerati astenuti: un dato che dovrebbe far pensare chiunque abbia in mente di costruire un’offerta politica che voglia uscire dalle logiche del “tifo contro”!

Intervallo – L’intervento di Feltrin a Cortona

May 12, 2010

Intervallo - Political TV

Un intervento lungo e molto interessante, sebbene discutibile sotto diversi aspetti. Ma quantomeno solleva le questioni centrali che la sinistra deve affrontare, oggi più che mai. Sono sicuro che gli appassionati di politica apprezzeranno.

Nell’intervento si parla principalmente di 3 temi:

–         Definizione dell’Agenda Setting;

–         Perché la Lega vince al Nord.

–         Come far vincere le elezioni alla sinistra.

La definizione dell’Agenda Setting: i falsi problemi del PD.

I temi che sono stati al primo posto nelle discussioni degli ultimi mesi del PD in realtà non importano a nessuno.

1) Il problema dell’organizzazione interna del PD non è un problema che rientra nell’agenda reale del paese, e deve rimanere fuori dai media. E soprattutto la partita sulla modernità e sull’innovazione del partito non si gioca sull’organizzazione del partito (liquido, piuttosto che solido o gassoso).

2) Il problema di questo paese non è il federalismo. Altrimenti non ci sarebbe una decrescita, negli ultimi 40 anni, nella partecipazione delle elezioni regionali. Le elezioni europee sono più frequentate di quelle regionali.

3) Il problema sul voto di preferenza per eleggere i consiglieri regionali, piuttosto che un sistema con primarie e liste bloccate, non importa alla gente. Il voto di preferenza non è aumentato in nessuna regione italiana. Tutta la discussione sui nominati, interessa solo i politici di professione. Agli elettori non interessa. In Lombardia il 23% ha espresso il voto di preferenza, in Emilia, il 25-26%.

Perché la Lega vince al Nord.

La Lega vince perché è radicata sul territorio? FALSO: il radicamento territoriale è forse condizione necessaria, ma mai sufficiente per prendere i voti. La storia del PCI e dell’MSI, partiti radicatissimi nel territorio, non prendevano o perdevano voti in base all’apertura o alla chiusura di nuove sedi. Non sono gli investimenti organizzativi a far crescere la Lega. Servono a tenere lo zoccolo duro, ma non spiega come può la Lega triplicare i voti.

Sono 3 i motivi per cui la Lega prende i voti:

1) Condizioni politiche che permettono alla Lega di conquistare nuovi spazi di offerta politica. Nel ’96 la Lega si è insinuata nel conflitto Berlusconi-Prodi. Nel 2008 la fusione tra FI e AN che ha  causato emorragia di voti al Nord che sono andati alla Lega.

2) La crisi economica premia la Lega. Ogni volta la Lega conquista voti quando c’è la crisi economica. È accaduto nell’83-84, così come nel 93-94, nel 96, nel 2003-2004, e oggi nel 2008-2009. Ogni volta che c’è crisi la risposta del Nord è chiara: “basta terroni”.

3) La Lega presidia alcuni temi di agenda politica che nessun altro partito italiano presidia. Prendiamo gli slogan più famosi:

–         “Forza Etna” e “Vesuvio svegliati”. la Lega inizia nei primi anni ottanta cavalcando il tema della frattura italiana tra Nord e Sud. Questa frattura esiste?

–         “Roma ladrona”. È vero che c’è un problema romano?

–         “Basta tasse”. I leghisti vogliono la Padania indipendente perché non si vuole mandare i soldi al sud. È vero che le tasse del Nord spariscono al Sud?

–         “A casa gli immigrati”. L’immigrazione è o no il problema centrale dell’Europa odierna di fronte al quale gli altri partiti tentennano?

La Lega intercetta l’agenda dell’opinione pubblica di tutto il Nord. E la sinistra sembra negare di fronte all’opinione pubblica l’esistenza di questi problemi. Tuttavia, se questi problemi sono veri, è necessario affrontarli. E trovare soluzioni alternative e chiare. Altrimenti si i voti li prende tutti la Lega.

La ricetta per vincere le elezioni

1) La sinistra dovrebbe seguire la tradizione del PCI e tornare ad ascoltare la classe operaia che per il 68% vive e lavora al Nord. E non pensare che siano tutti degli ignoranti leghisti, e riferirsi solo al “ceto medio riflessivo”.

2) La sinistra dovrebbe riconquistare autonomia da parte dei media nella definizione dell’agenda politica.

3) La sinistra, per vincere, deve riunirsi. Tutta. Mettendo tutti coloro che stanno nel campo di centrosinistra, il campo del centrosinistra sostanzialmente raggiunge il 44-46%. Il campo del centrodestra il 49% circa. Le distanze tra le due grandi famiglie non sono così lontane. Ma, mentre il centrosinistra si è balcanizzato negli ultimi 15 anni, il centrodestra si è ulteriormente omogeneizzato (Pdl + Lega sono sostanzialmente il 49%). I numeri parlano chiaro: o si trova il modo di riunire la sinistra, o si perde.

4) Le prospettive del Centrosinistra sono sensate solo se prendono i voti dal centrodestra. Dati i numeri e i rapporti di forza, questa è oggettivamente l’unica strada per governare.

La domanda politica è: chi è l’avversario principale? È Bossi o Berlusconi? Il PCI e la DC lo sapevano benissimo. Se voglio prendere i voti nei prossimi anni li vado a prendere nell’elettorato del Pdl o della Lega? Su questo bisogna mettersi d’accordo ed essere chiari.

Chi l’ha visto? Bondi…

May 10, 2010

Chi l'ha visto? Bondi...

Il Ministro Bondi ha dichiarato che non andrà a Cannes. Il motivo? Il “rincrescimento” e lo “sconcerto” per «la partecipazione di un’opera di propaganda, Draquila, che offende la verità e l’intero popolo italiano». Insomma, tutta colpa della Guzzanti che, secondo le parole di un altro Ministro (Brambilla), getterebbe discredito e fango sull’Italia.

Qual è il terribile crimine di cui si sarebbe macchiata la Guzzanti? “Draquila“: un docufilm che parla del post-terremoto abruzzese, in cui Berlusconi e Bertolaso vengono tenuti sotto tiro. Ma perché il Pdl si infuria così tanto se gli toccano L’Aquila?

Perché L’Aquila è il loro spot elettorale preferito. Il loro gioiello di comunicazione politica. E chissà per quanto ancora vorranno riutilizzarlo. Le immagini provenienti dall’Abruzzo che hanno affollato l’etere italiano sono state un continuo e costante spot elettorale per il Pdl, studiato nei minimi dettagli. Regione Lombardia ebbe anche il fegato di mandare una troupe, nell’agosto 2009, guidata dal regista di fiducia di Berlusconi (Renzo Martinelli, già autore del kolossal leghista sul “Barbarossa”), a girare un terrificante spot tra le macerie dell’Aquila. Uno spot che girò per mesi nelle sale Medusa prima di ogni film. Una pubblicità elettorale per Formigoni e il Pdl girata per mesi e mesi nelle sale cinematografiche italiane. Non è un segreto che Silvio tra lacrime, G8, strette di mano e promesse, sullo sfondo delle macerie dell’Aquila ha girato una delle sue narrazioni politiche meglio riuscite: il “Presidente Terremotato” (tra i suoi precedenti si annovera il famosissimo “Presidente Operaio”, per intenderci).

Insomma, questi sono tutti motivi più che validi per far sì che, se la Guzzanti si azzarda a rovinare l’immagine (e l’immaginario) di questa enorme narrazione elettorale, il Pdl tira fuori le unghie e i denti. Non ci stupisce che i primi a reagire siano i fedelissimi del Re, come Bondi.

E insomma Bondi per ripicca non andrà a Cannes. Beh, poco male. Nessuno chiamerà “Chi l’ha visto?” per cercarlo. Non credo che né i registi né gli appassionati di cinema sentiranno la sua mancanza. Un Ministro le cui politiche, come il mega-taglio al FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) hanno colpito duramente il mondo della cultura, non si è fatto troppi amici nell’ambiente.