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Il politico nel pallone. Facili analogie tra il Milan e il suo Presidente.

September 13, 2010

Il Politico nel Pallone

Non deve stupire che il Milan possa perdere con il Cesena. È una cosa che può capitare: il calcio è un gioco, il campionato è sempre più competitivo, e poi fa anche piacere ogni tanto vedere un Davide che sconfigge un Golia.
E non deve nemmeno stupire, come scrivono in molti in questi giorni, che è non è giustificabile che Ibra prenda molto più di tutti i giocatori del Cesena messi insieme. È la legge del calcio-spettacolo: Ibra non è bravo più di tutti i giocatori del Cesena messi insieme. Il suo stipendio non è assegnato solamente in base alla sua abilità. Il suo stipendio è assegnato soprattutto in base alla sua popolarità. E al ritorno di visibilità che hanno gli sponsor di una squadra in cui gioca Ibra.
Da questo punto di vista le analogie con la politica sono tante. Anche i candidati alle poltrone dei ministeri e delle amministrazioni locali non sono definiti dai partiti in base alla loro competenza legislativa o amministrativa. Piuttosto, sono decisi in base alla loro popolarità: lo hanno fatto gli eredi del PCI candidando personaggi televisivi come Marrazzo e Sassoli. Lo fa, in maniera ancora più estrema e spudorata Berlusconi, candidando tutto il candidabile del suo baraccone mediatico: veline, velone, presentatrici e via dicendo. Non sarebbe strano trovare, tra qualche anno, il Gabibbo candidato all’europarlamento.
Non c’è morale, non c’è giustizia, non c’è valore in tutto ciò. Come siamo caduti così in basso? C’è chi dice che la colpa è tutta delle TV di Berlusconi, che ci fanno diventare boccaloni e azzerano il nostro spirito critico. C’è chi dice che la colpa è tutta della casalinga di Voghera, che vota la Zanicchi, Berlusconi e la sua igienista dentale: in fondo, siamo in democrazia (anche se come dice da 15 anni Manin è muna “democrazia del pubblico”), e se il 51% delle persone sceglie Berslusconi, non c’è nulla da recriminare.
Probabilmente le cause di questo fenomeno mondiale che si chiama mediatizzazione e spettacolarizzazione della politica (e che riguarda manche altri campi, come lo sport), sono più complesse, e non sono né tutte nelle mani di Berlsuconi, né tutte nelle mani della casalinga di Voghera.
Certo è che, se ci fosse un’alternativa culturale, valoriale, economica, politica determinata e coraggiosa, forse non proprio la casalinga di Voghera, ma almeno i suoi figli e i suoi nipoti voterebbero qualcun altro. E magari, partendo da lì, potrebbe anche cambiare qualcosa.

La Passione di Silvio

July 26, 2010

La Passione Di Silvio

Silvio porta una croce. Ed è solo. Sempre più solo. E ha bisogno di accentrare su di sé (e suoi più fidi alleati) il potere necessario per essere l’unico al timone del paese, e del suo partito.

Per mettere in pratica questo piano, sembra che Silvio voglia mettere mano all’organizzazione del partito.

E ha ragione, perché l’organizzazione è la prima forma non solo di potere, ma anche di comunicazione. Pensiamo a Forza Italia, e alla sua nascita, nel 1994, quando Berlusconi lanciò i “club” sul territorio. Ne nacque una struttura organizzativa acefala, “a rete”, nel tentativo di comunicare freschezza e novità in un partito liberato dalle decisioni piovute dall’alto. Ma dopo qualche tempo, quando Forza Italia si era stabilmente legittimata e radicata nel sistema politico, Berlusconi ha ribaltato l’organizzazione rendendo il partito una struttura piramidale con una rigida catena di comando. La nomina di coordinatori nazionali e regionali (a cui era delegata la scelta di quelli provinciali e cittadini) era diventata di diretta competenza di Berlusconi. Poi la svolta del PDL, il “popolo del predellino”: Berlusconi in un giorno di novembre sale sul predellino di un’auto e annuncia ai microfoni dei giornalisti: «Oggi nasce ufficialmente un nuovo grande Partito del popolo delle libertà: il partito del popolo italiano. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo». Una modalità quantomeno inconsueta di proclamare la fine di un partito e la nascita di un altro. Per questo si parlerà a lungo di «rivoluzione del predellino»: una rivoluzione in solitaria, calata dall’alto, decisa da Silvio e dai suoi consulenti di marketing politico. E in questi ultimi giorni questa direzione personalistica si sta accentrando ancora di più: Berlusconi minaccia di mettere mano allo statuto del partito, Lupi minaccia di chiamare Granata di fronte ai probiviri del partito, e così via.

Berlusconi davanti, dietro tutti gli altri. Resta solo, nel suo sogno megalomane.

Ma per quanto Silvio si sforzi di accentrare il partito su di sé, le defezioni continuano. Fini, Tremonti, La Russa, Barbareschi, Granata, Bocchino sono solo alcune delle sue spine nel fianco negli ultimi giorni. Voci dissonanti che non si allineano alla tesi di Berlusconi che la questione morale “è tutta una cazzata”.

E allora? Silvio preannuncia una nuova riforma organizzativa: una “vera rivoluzione” che porterebbe all’eliminazione dei corpi intermedi per arrivare a “un’interlocuzione diretta tra il leader e i circoli della base”. Senza bisogno di tessere, coordinamenti e congressi.

Senza bisogno di un partito. Rimarranno  solo Silvio, i media e l’audience di elettori. I politici del PDL staranno a guardare mentre Silvio cerca di trasformare il sistema politico italiano in una democrazia da televoto? In una democrazia retta sull’auditel e sui sondaggi sulla popolarità?

Io credo di no. E non perché penso che i suddetti politici del PDL, finiani o berluscones che siano, si vogliano assumere la responsabilità storica di fermare questo processo di svilimento della democrazia. La mia spiegazione non è idealista, ma marxista. Credo che il sistema di interessi clientelari che vive intorno (e grazie) ai partiti non si lascerà smantellare tanto facilmente.  L’Italia non è ancora pronta per fare a meno dei partiti.

La classe operaia va in fabbrica (di Nichi)

July 21, 2010

La Classe Operaia Va In Fabbrica (Di Nichi)

Scrutando il tempestoso mare della politica verso sinistra, si possono intravedere in questi giorni alcuni interessanti bagliori… aurora boreale? Fulmini a ciel sereno? Forse è più un vulcano in eruzione… è il Eyjafjallajokull barese: gli stati generai delle Fabbriche di Nichi.

Ma cosa sono queste Fabbriche di Nichi, e dove vogliono arrivare? Proveremo a rispondere con qualche appunto sparso tratto dal lungo video degli interventi di chiusura dell’evento… simulando un’intervista esclusiva mai avvenuta con Nichi…

– Chi sono le Fabbriche di Nichi?

«Sono un movimento al quale si possa partecipare senza dover appartenere… un movimento senza tessere … le fabbriche di Nichi sono autonome dai partiti… SeL e Fabbriche di Nichi devono essere simpatizzanti ma autonomi». Evidentemente un tentativo di convogliare partecipazione anche tra i settori della società che, quando sentono parlare di “partito”, sono colti da convulsioni e crisi respiratorie.

– Che relazione hanno Nichi e le sue fabbriche con il centro sinistra?

Questa domanda è più difficile. Forse la risposta sta in questa frase di Nichi: «Io penso di essere voi quando non sopportate il centrosinistra avendo fino in fondo nel vostro cuore la speranza di un mondo differente da questo…». Anche se, per mettere in pratica l’ “Italia migliore” di cui Nichi ha tanto parlato, dovrà sedersi a mediare con qualcuno del PD. Sicuramente non con il suo acerrimo nemico e compaesano D’Alema. Forse con qualche “corrente” più a sinistra, più rivolta ai giovani… con qualcuno che la pensa come lui quando dice che: «questa notte non viene illuminata da una proposta di governo di larghe intese, da una proposta di governo tecnico, da una di quelle vecchie ricette che appartengono all’insalatiera del politicismo»

– Che metodo vuole usare Nichi per vincere sul berlusconismo imperante?

Nichi vuole costruire una narrazione vincente. Perché sa che l’unico modo per sconfiggere l’epopea berlusconiana è contrastarla con una narrazione ancora più forte. Che parli di bene e di male, di luce e di buio: «non c’è buona politica oggi che non sia un discorso sul buio e sulla luce , non c’è buona politica che non sia un capovolgimento critico e pratico della cattiva politica». Attraverso una produzione intellettuale e culturale collettiva, creata dalla rete delle Fabbriche di Nichi, che torni a far sentire il popolo della sinistra all’avanguardia culturale della società «Dobbiamo costruire una nuova egemonia, un nuovo immaginario, una nuova cultura generale […] «tutto ciò che abbiamo prodotto in questi giorni farà parte della nostra narrazione, del vocabolario della buona politica che qui abbiamo cominciato a costruire… ».

Che ne dite, ci sono le premesse per combinare qualcosa di buono?

Silvio Desperado: Federica Gagliardi, Noemi, Patrizia, e tutte le altre

June 28, 2010

Silvio Desperado

Ecco che torna il tormentone estivo del “Berlusconi sex scandal”. Dopo i festini con Topolanek, le voci su Noemi, le telefonate piccanti con Patrizia, le dicerie sul lettone di Putin, c’è una nuova fonte di racconti a sfondo sessuale sul vecchio premier: Federica Gagliardi, avvenente assistente della Polverini che Silvio si è portato con sé al G8.

Chi non capisce il motivo di questa trovata, dovrebbe leggersi il libro “Storytelling. La fabbrica delle storie” di Christian Salmon. Nel testo si parla dell’utilizzo dello storytelling in politica, e della “tecnica di Shahrazad”, che ha fatto vincere il secondo mandato a Bush, contro ogni aspettativa.

La tecnica consiste in un semplice principio: quando la politica vi condanna a morte, cominciate a raccontare storie. Storie così favolose, così accattivanti, così ammalianti che il re (o in questo caso i cittadini elettori che in teoria governano i sistemi democratici) dimenticherà la vostra condanna a morte.

Silvio con i suoi ammiccamenti alla sua vita sessuale sta cercando di distogliere l’attenzione dal suo calo di popolarità, con la complicità dei media. I quali, essendo in costante ricerca di scoop non possono tralasciare notizie di gossip di questo calibro, che sono tra le preferite in assoluto delle audiences mondiali.

È lo stesso principio per cui ad ogni elezione Silvio distoglie l’attenzione dai programmi elettorali e punta tutto sullo scontro tra il Bene e il Male, tra l’Amore e l’Odio, tra il Comunismo e la Libertà, ricreando lo schema archetipico delle narrazioni mitologiche più antiche dell’umanità.

Allo stesso modo, quando la popolarità è in calo e il governo è sulla graticola a causa delle sue scellerate scelte politiche, Silvio punta sul mito della sua vita sessuale. Sulla storia del Macho Latino che, nonostante l’età, è ancora un uomo potente, “tutto d’un pezzo”, ed è in grado di soddisfare donne molto più giovani di lui. Vorrebbero farci credere che Berlusconi è come il Banderas di Desperado. Fa ridere, a ben pensarci. Il problema però è che qualcuno ci crede.

Direi che è arrivato il momento di non cascarci più, e di smascherare questo giochino. Fatelo sapere ai vostri amici, alle vostre zie e alle vostre nonne. Berlusconi non è Banderas. E’ solo un miliardario ingombrante che è ora di mandare a casa. Insieme alla sua cricca di amici.

Padania’s Got Talent – Maroni fa lo gnorri

June 3, 2010

Padania's Got Talent

È veramente tragicomico, tra le notizie che arrivano dal mondo come la denuncia dei pestaggi israeliani sulle navi della flottiglia o l’inarrestabile marea nera che avanza nel golfo del Messico, vedere il teatrino italiano che scorre noncurante. Il fenomeno (da baraccone) di oggi è Maroni, che davanti alle accuse di Napolitano fa lo gnorri e dice: «no, avete capito male, non c’è nessun significato politico nella mia assenza a Roma».

Maroni, come tutti i leghisti, si barcamena tra le poltrone romane (che tiene ben strette) e l’immagine che vorrebbe dare di sé al Nord. La gente di Varese (e qui sta il problema) ancora vota la Lega pensando che in questo modo venga rappresentata la loro protesta contro la “Roma ladrona”. E i leghisti fanno di tutto per farglielo pensare: Maroni non va alle feste comandate della Repubblica, il Trota dice che non segue la nazionale di calcio, Bossi un giorno sì e l’altro pure ne spara una nuova. Insomma fanno una fatica bestiale e spendono un sacco di energie per far credere questa favola agli italiani del Nord. L’importante è che sui media vengano riportate queste notizie, e che la gente creda che la Lega è contro gli sprechi romani.

Ma quando i riflettori e le telcamere si spengono, e i fotografi e i giornalisti se ne vanno, quatti quatti, i leghisti tornano a occupare le loro poltrone romane. Seduti alla tavola di Berlusconi. E insieme ai Mastella e ai Cosentino. Macchè Padania… buon appetito.

Waterworld: pesci palla, tritoni e… pesci che saltano fuori dall’acquario

May 23, 2010

TG1 - Waterworld

Non tutte le relazioni di potere avvengono alla luce del sole. Anzi, possiamo tranquillamente affermare che le relazioni “formali” di potere, quelle che avvengono secondo la legge, sono solo la punta di un iceberg. Il resto rimane sommerso sotto la superficie.

Restando nella metafora, se ciò che è sotto il mare rappresenta il lato oscuro della politica e del potere, l’Italia è Waterworld. E gli italiani, come i protagonisti del film, vagano alla ricerca della terra ferma bevendosi la loro pipì e coltivando pomodorini in vasetti minuscoli. E se sotto il mare abitano gli uomini di potere, Berlusconi è un Tritone di tremila anni che importuna le sirenette… e Minzolini che pesce è nel mondo di Waterworld? Minzolini è sicuramente un pesce palla (nel senso che le racconta, le palle) che nuota nell’acquario del Tritone. Se non fosse sufficiente vedere il TG1 per rendersene conto, basterebbe pensare all’inchiesta di Trani, apparsa sui giornali il 12 marzo 2010: il caso delle intercettazioni telefoniche in cui Minzolini avrebbe rassicurato il premier sui contenuti di alcuni servizi del TG1.

Ciò che esce depotenziato e svilito da questa situazione è il ruolo dei media italiani, che sono sia oggetto sia strumento del potere. Sono oggetto del potere, poiché è nei loro confronti che si rivolge il potere politico. Sono strumento del potere, poiché attraverso di loro il potere politico si esercita sulla collettività dei telespettatori. Ogni tanto però qualche pesce salta fuori dall’acquario del Tritone: Maria Luisa Busi ha rinunciato alla conduzione del Tg1, scrivendo in una lettera che «l’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese».

Che dire: grazie Maria.

Telefono Giallo !!! – Un revival dei mitici 80s dedicato alla Santanché

May 19, 2010

Telefono Giallo - Il caso Santanché

Così come il buon Augias nel mitico “Telefono Giallo” affrontava casi giudiziari e misteri ancora aperti, ci occupiamo qui di come sia mai possibile, e ripeto mai possibile, che qualcuno ascolti una come la Santanché.

Sapete l’ultima?  La Santanché ha difeso il diritto alla privacy dei boss mafiosi. “Che senso ha intercettare un mafioso mentre parla con la madre? E’ un abuso” ha detto il sottosegretario per l’Attuazione del programma di governo (!!!!!!) nel corso della trasmissione Mattino Cinque.

Berlusconi dice di smetterla di asoltare le sue telefonate perchè ogni volta ne viene fuori una: Minzolini (che Berlusconi chiama “direttorissimo”… non notate una sottile presa per i fondelli?) che confeziona il TG1 secondo il volere del Cavaliere, la Carfagna che lo accontenta come può, e così via. Ma dico, fino ad ora sembravano almeno tutti d’accordo che le intercettazioni, almeno per i mafiosi che parlano con tra loro eravamo tutti d’accordo (i mafiosi che parlano con i politici ovviamente non vale).

Nemmeno quello!!!!!! La Santanché ha oltrepassato anche questo limite. Ma dite che è così fessa? No, è evidentemente in cerca di protagonismo mediatico. Invitano tutti ma proprio tutti in Tv, dalla Mussolini a Sgarbi, Sallusti è sempre ovunque… e lei? Come al solito le deve sparare grosse per apparire. Ma proprio grosse. Bah… evidentemente è una seguace di Oscar Wilde (o di Andreotti, in realtà non si sa chi ha copiato dall’altro): “Nel bene o nel male l’importante è che se ne parli”. Di cosa? Della Santanchè, ovviamente. Non delle cose che dice. Nell’epoca della personalizzazione sfrenata della politica, l’importante è mettere la faccia sotto le telcamere più spesso possibile. Tanto d quello che dici non gliene frega niente a nessuno. Ma voi… siete d’accordo?

“La politica nel pallone” – Gli arcani meccanismi della politica italiana in pillole calcistiche.

May 14, 2010

Spesso, tanto nel mondo del calcio quanto in quello della politica nostrana, il cosiddetto “tifo contro” vale più del “tifo per”.

Un insegnamento che i tifosi romanisti ed interisti devono avere imparato bene due domeniche fa, quando l’Inter capolista è scesa a Roma ed ha trovato uno stadio Olimpico tutto dalla sua parte, disposto ad  accompagnarla per mano nel battere una Lazio praticamente inerte. Alla gara sono seguiti fiumi di polemiche sulla stampa sportiva e sui media nazionali: l’accusa rivolta alla tifoseria laziale sarebbe quella di avere condizionato i propri beniamini biancocelesti obbligandoli a perdere la partita contro l’Inter. In caso di vittoria, infatti, a beneficiare dello stop della squadra milanese sarebbero stati gli odiati cugini romanisti, a due sole lunghezze dalla capolista.

Ora, tralasciando l’indignazione di tutto il pubblico sportivo italiano (meno quello interista e laziale naturalmente!), ciò che mi interessa è in primis descrivere la logica che sta dietro alla questione ed in seconda battuta evidenziarne le strette analogie con uno dei meccanismi di funzionamento della competizione politica partitica nostrana, specie di quella tipica della cosiddetta Seconda Repubblica. Non ci vuole certo Machiavelli per comprendere che le ragioni dell’atteggiamento tenuto dalla tifoseria laziale risiedono nella rivalità con l’altra squadra della capitale. Come si è detto, vincere quella partita avrebbe permesso il sorpasso della Roma sull’Inter, sorpasso che a due sole giornate dalla fine sarebbe equivalso a consegnare lo scudetto nelle mani dei giallorossi.

“Piuttosto che dare lo scudetto ai romanisti ce ne andiamo in serie B”, è stato il motto condiviso dalla maggioranza dei tifosi laziali (la Lazio non aveva infatti ancora la matematica certezza della salvezza). Qualcosa di molto simile avviene nell’atteggiamento di buona parte dell’elettorato italiano quando si tratta di recarsi alle urne. La radicalizzazione della partigianeria che sta connotando così distintamente la nostra società, in particolar modo da quando è sceso in campo (le analogie tra politica e pallone non finiscono mai!) Silvio Berlusconi, somiglia tanto al sentimento che ha determinato l’atteggiamento dei tifosi laziali. In politica infatti il “tifo contro” spesso rappresenta una componente rilevantissima nella decisione di voto di un elettore. Nelle tornate elettorali degli ultimi quindici anni infatti, in misura diversa a seconda  della legge elettorale che regola la competizione (amministrative, europee o politiche), la ratio che ha orientato la scelta tra l’offerta politica partitica spesso è stata proprio quella di ostacolare maggiormente il partito o il leader più inviso. In un clima politico come quello della nostra Seconda Repubblica, in cui la contrapposizione bipolare sta facendo la parte del leone, le componenti psicologiche del “voto contro” hanno infatti trovato un terreno particolarmente fertile.

Tecnicamente ad aver amplificato il fenomeno, che va ricordato è comunque presente in qualsiasi competizione politica di qualsivoglia democrazia del mondo, è proprio la logica bipolare associata al sistema maggioritario, quella cioè che rende certo (e possibile nei numeri, si pensi ai premi di maggioranza) che il partito o la coalizione che raggiunge la maggioranza relativa andrà al governo. La stessa logica che stritola tutti i partiti minori che rimangono fuori, per scelta o per esclusione, dalle uniche due coalizioni con possibilità di vincere. Nella prassi politica, poi, molto spesso gli esponenti delle due coalizioni principali hanno invitato l’elettorato a non “disperdere” la propria preferenza votando chi non gareggia nella sfida principale, esortando i cittadini, per così dire, ad esprimere il famigerato voto utile. Ora, questo equivale esattamente ad avallare la logica del “voto/tifo contro”: quando io chiedo ad un elettore di non scegliere un partito che non è allineato nei due schieramenti, lo sto infatti semplicemente invitando a votare contro la vittoria della parte politica da lui più distante. Ed ancora, quando la gran parte della comunicazione politica si basa sulla contrapposizione all’avversario, sulla sua demonizzazione, si cerca esattamente di sfruttare l’effetto del “voto contro”. Marcare gli aspetti negativi dei propri avversari politici è un espediente molto efficace, soprattutto quando ci si rivolge al grande pubblico, che in letteratura è studiato come “negative campaigning” .

Che ci piaccia o no, il “voto contro” ed il “tifo contro” sono due pezzi di realtà del nostro Paese, che il clima da bagarre che domina tanto il dibattito mediatico sportivo quanto quello politico hanno incrementato in misura rilevante. Possiamo essere più o meno d’accordo, ma tant’è. L’errore che spesso si commette è credere che a poterne sfruttare gli effetti siano soprattutto i partiti di centrosinistra, che troverebbero nell’antiberlusconismo un formidabile collante ed un immediato punto di forza nell’urna elettorale. Ed invece credo che al punto in cui siamo arrivati, nonostante sia  vero che la leadership di Berlusconi attiri tanto consenso quanto avversione, anche per gli elettori del Popolo della libertà valgano i medesimi sentimenti nei confronti degli esponenti di centro sinistra e della loro possibile vittoria. D’altronde tutta la retorica berlusconiana della sinistra comunista, illiberale, statalista e fannullona deve aver fatto breccia nel cuore e nelle menti dei tanti elettori del PDL. Numeri alla mano è impossibile non notare come l’Italia sia spaccata in due da almeno quindici anni: troppo tempo e troppe occasioni sono state dedicate ad alzare le barricate da ambo le parti. E’ per questo che quando Fini prova a smarcarsi da questa logica non lo segue nessuno, che la sinistra radicale è in via di estinzione e che gli appelli di Casini cadono miseramente nel vuoto. Ed è ancora per questo che i cambi di schieramento passano per tradimento e non vengono premiati dagli elettori, ormai radicalizzati su posizioni da trincea.

I moralismi del giorno dopo lasciano quindi il tempo che trovano, specie poi se provengono dai banchi di Montecitorio: sia quando ci si indigna per l’atteggiamento della tifoseria della Lazio dopo che per anni si è soffiato sul fuoco della rivalità delle due squadre della capitale, sia quando si formulano gli inviti a dialogare, gli appelli per abbassare i toni dello scontro politico e via dicendo, nonostante entrambe le coalizioni costruiscono la loro comunicazione, il loro posizionamento, quando non la propria identità politica, sulla contrapposizione all’avversario.

Chi è rimasto escluso da questo vortice è invece quella grande fetta di Italiani che non vanno a votare, i famigerati astenuti: un dato che dovrebbe far pensare chiunque abbia in mente di costruire un’offerta politica che voglia uscire dalle logiche del “tifo contro”!

Intervallo – L’intervento di Feltrin a Cortona

May 12, 2010

Intervallo - Political TV

Un intervento lungo e molto interessante, sebbene discutibile sotto diversi aspetti. Ma quantomeno solleva le questioni centrali che la sinistra deve affrontare, oggi più che mai. Sono sicuro che gli appassionati di politica apprezzeranno.

Nell’intervento si parla principalmente di 3 temi:

–         Definizione dell’Agenda Setting;

–         Perché la Lega vince al Nord.

–         Come far vincere le elezioni alla sinistra.

La definizione dell’Agenda Setting: i falsi problemi del PD.

I temi che sono stati al primo posto nelle discussioni degli ultimi mesi del PD in realtà non importano a nessuno.

1) Il problema dell’organizzazione interna del PD non è un problema che rientra nell’agenda reale del paese, e deve rimanere fuori dai media. E soprattutto la partita sulla modernità e sull’innovazione del partito non si gioca sull’organizzazione del partito (liquido, piuttosto che solido o gassoso).

2) Il problema di questo paese non è il federalismo. Altrimenti non ci sarebbe una decrescita, negli ultimi 40 anni, nella partecipazione delle elezioni regionali. Le elezioni europee sono più frequentate di quelle regionali.

3) Il problema sul voto di preferenza per eleggere i consiglieri regionali, piuttosto che un sistema con primarie e liste bloccate, non importa alla gente. Il voto di preferenza non è aumentato in nessuna regione italiana. Tutta la discussione sui nominati, interessa solo i politici di professione. Agli elettori non interessa. In Lombardia il 23% ha espresso il voto di preferenza, in Emilia, il 25-26%.

Perché la Lega vince al Nord.

La Lega vince perché è radicata sul territorio? FALSO: il radicamento territoriale è forse condizione necessaria, ma mai sufficiente per prendere i voti. La storia del PCI e dell’MSI, partiti radicatissimi nel territorio, non prendevano o perdevano voti in base all’apertura o alla chiusura di nuove sedi. Non sono gli investimenti organizzativi a far crescere la Lega. Servono a tenere lo zoccolo duro, ma non spiega come può la Lega triplicare i voti.

Sono 3 i motivi per cui la Lega prende i voti:

1) Condizioni politiche che permettono alla Lega di conquistare nuovi spazi di offerta politica. Nel ’96 la Lega si è insinuata nel conflitto Berlusconi-Prodi. Nel 2008 la fusione tra FI e AN che ha  causato emorragia di voti al Nord che sono andati alla Lega.

2) La crisi economica premia la Lega. Ogni volta la Lega conquista voti quando c’è la crisi economica. È accaduto nell’83-84, così come nel 93-94, nel 96, nel 2003-2004, e oggi nel 2008-2009. Ogni volta che c’è crisi la risposta del Nord è chiara: “basta terroni”.

3) La Lega presidia alcuni temi di agenda politica che nessun altro partito italiano presidia. Prendiamo gli slogan più famosi:

–         “Forza Etna” e “Vesuvio svegliati”. la Lega inizia nei primi anni ottanta cavalcando il tema della frattura italiana tra Nord e Sud. Questa frattura esiste?

–         “Roma ladrona”. È vero che c’è un problema romano?

–         “Basta tasse”. I leghisti vogliono la Padania indipendente perché non si vuole mandare i soldi al sud. È vero che le tasse del Nord spariscono al Sud?

–         “A casa gli immigrati”. L’immigrazione è o no il problema centrale dell’Europa odierna di fronte al quale gli altri partiti tentennano?

La Lega intercetta l’agenda dell’opinione pubblica di tutto il Nord. E la sinistra sembra negare di fronte all’opinione pubblica l’esistenza di questi problemi. Tuttavia, se questi problemi sono veri, è necessario affrontarli. E trovare soluzioni alternative e chiare. Altrimenti si i voti li prende tutti la Lega.

La ricetta per vincere le elezioni

1) La sinistra dovrebbe seguire la tradizione del PCI e tornare ad ascoltare la classe operaia che per il 68% vive e lavora al Nord. E non pensare che siano tutti degli ignoranti leghisti, e riferirsi solo al “ceto medio riflessivo”.

2) La sinistra dovrebbe riconquistare autonomia da parte dei media nella definizione dell’agenda politica.

3) La sinistra, per vincere, deve riunirsi. Tutta. Mettendo tutti coloro che stanno nel campo di centrosinistra, il campo del centrosinistra sostanzialmente raggiunge il 44-46%. Il campo del centrodestra il 49% circa. Le distanze tra le due grandi famiglie non sono così lontane. Ma, mentre il centrosinistra si è balcanizzato negli ultimi 15 anni, il centrodestra si è ulteriormente omogeneizzato (Pdl + Lega sono sostanzialmente il 49%). I numeri parlano chiaro: o si trova il modo di riunire la sinistra, o si perde.

4) Le prospettive del Centrosinistra sono sensate solo se prendono i voti dal centrodestra. Dati i numeri e i rapporti di forza, questa è oggettivamente l’unica strada per governare.

La domanda politica è: chi è l’avversario principale? È Bossi o Berlusconi? Il PCI e la DC lo sapevano benissimo. Se voglio prendere i voti nei prossimi anni li vado a prendere nell’elettorato del Pdl o della Lega? Su questo bisogna mettersi d’accordo ed essere chiari.

La città dei morti viventi – Il trailer

May 6, 2010

La città dei Morti Viventi

Dopo il mitico Zombi di Romero e L’Alba dei Morti Viventi del regista americano Zack Snyder, il sindaco leghista di Monza, Marco Mariani, è pronto al lancio di un nuovo, tremendo remake: La Città dei Morti Viventi. La trama è molto semplice: tutti i locali della città devono chiudere all’una di notte. Le strade devono essere vuote, le finestre chiuse. Le persone, impaurite, guardano il mondo dalle inferriate dei condomini, trasformati in galere.

Questa idea non è un exploit personale del borgomastro brianzolo, ma è una variante sul tema del Bossismo: una ideologia molto astuta che cavalca la percezione di insicurezza e paura che serpeggia nella società. Vediamo nel dettaglio in cosa consiste il Bossismo e come si applica.

I media, e in particolare la Tv, come sappiamo sono il luogo in cui gli italiani formano la loro idea politica e le loro tendenze di voto. Detto in altre parole, guardando il Tg (e più in generale la Tv), due terzi degli italiani decide chi votare. Sappiamo anche che i media, per vendere di più, tendono a sovra rappresentare notizie che riguardano fatti violenti. Non è un segreto che nelle scuole di giornalismo una delle prime regole che insegnano è quella delle “tre S”: le notizie che appassionano di più i lettori sono quelle che parlano di Sesso, Soldi e Sangue. Detto in altre parole: i fatti violenti hanno sempre un posto in prima pagina. Anche se gli stupri, gli omicidi o le rapine diminuiscono, sui media locali e nazionali sono sempre presenti, con la stessa visibilità, allo stesso modo,  nelle prime pagine. Quindi, la gente ha la percezione che questi crimini non diminuiscano. Guardando la Tv, e in particolare la Tv commerciale che ha come unico e solo obiettivo quello di aumentare l’audience, la percezione è quella di vivere in un inferno, assediati 24 ore da criminali (immigrati, anzi rumeni) di ogni risma.

Ovviamente questa percezione distorta della realtà è tanto più forte quanto più coloro che la subiscono escono poco di casa, si cibano tutto il giorno di Tv, e vivono con disagio gli enormi cambiamenti del mondo globalizzato. In una parola: gli anziani. I nostri nonni teledipendenti hanno la percezione che Milano sia come il Bronx degli anni ’80, e che la criminalità a Monza, la capitale della Brianza, sia peggio che in una favela di Rio de Janeiro. Gli anziani hanno paura.

E la Lega su questa paura ci marcia. Su questa diffidenza, costruisce consenso politico.

Cacciare gli immigrati, ripulire le strade. Ordine, silenzio, disciplina. Queste sono le parole d’ordine del Bossimo, che si accanisce su chi le strade le vive, tutti i giorni: i giovani, gli immigrati. E così il Sindaco leghista di Monza ha avuto questa bella trovata di chiudere tutti i locali all’una, per impedire che le strade di notte siano troppo popolate. E a ruota lo seguono i suoi fedeli scudieri del Pdl: «Siamo stufi di vedere nugoli di fracassoni fuori dai locali» dice Paolo Gargantini, assessore berlusconiano al commercio della cittadina brianzola e scagnozzo del Sindaco Mariani. Anche a Monza infatti, come in tutto il Nord Italia, è la Lega che comanda, e il Pdl segue a ruota.

Quello che questi signori non capiscono è che le strade vuote non sono strade sicure. La città vuota è una città di zombie, che sembra il set di un film dell’orrore.

Una città sicura è una città viva, piena di gente. In cui le strade sono piene di persone. In cui le teste delle persone sono piene di cultura, di valori. Di rispetto. Rispetto per le donne, per gli omosessuali, per gli immigrati. Rispetto per chi è diverso. Un rispetto che dovrebbe essere insegnato nelle scuole, nelle famiglie, nelle stanze della politica. Nelle televisioni e sui giornali. Questa è una città sicura.

Quella che hanno in mente loro è una città vuota, una città di morti viventi. Un film dell’orrore.