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ALLEANZA per l’Italia + Partito della NAZIONE…

May 31, 2010

Amici di Gianfranco

Il reality Amici di Gianfranco giunge alla sua terza puntata. Uno “speciale” direi, che si propone di dare uno sguardo attento a tutto quello che gravita intorno alla casa dei Finiani.

Il punto è semplice: le dinamiche bipolari stritolano tutti quelli che provano a discostarsene. Oggi è un suicidio politico uscire dalle orbite dei due poli. Ci ha provato la sinistra radicale con gli esiti che tutti noi conosciamo; ci ha provato Rutelli con la sua Api, non pervenuta alle ultime elezioni regionali, e ci ha provato Casini con la celebre ma poco redditizia politica dei due forni.

Intanto qualche giorno fa, proprio Pier Ferdinando ha annunciato la nascita di un nuovo partito che proseguirà il percorso politico dell’UDC: il Partito della Nazione. La piattaforma rivendicativa e programmatica della neonata creatura è ancora un mistero (della fede si potrebbe coerentemente dire). L’unica cosa che è chiara è proprio l’idea mai morta di un nuovo grande centro, un progetto politico alternativo alle logiche bipolari e con lo sguardo fisso alle prossime politiche del 2013. E già perché di questo si sta parlando. Prepararsi al grande evento richiede tempo: chi per primo metterà in campo il progetto più lungimirante porterà a casa i risultati migliori. In questo momento, infatti, a farla da padrone sono ancora le tante incognite che gravano su questa fatidica data: prima tra tutti cosa farà Berlusconi e, in caso di una sua uscita di scena, cosa succederà all’interno del PDL. Chi prenderà il timone del Popolo della libertà e quanta influenza avranno in questa scelta le volontà dei leghisti; che ruolo spetterà a Fini e, soprattutto, quanto vale un PDL senza Silvio.

Chi possedesse poteri da veggente faccia uno squillo a Bersani, che credo proprio ascolterà con molto interesse. Fatto sta che il buon Casini una qualche idea in proposito deve essersela fatta: il grande centro appunto che tra l’altro, ha già dichiarato, non sarà lui a guidare. Ed anche su questo si accettano scommesse…

Io non voglio inoltrarmi troppo nei bui ed inconoscibili meandri del futuro. Ma posso provare a unire alcuni punti già abbastanza chiari.

Se Berlusconi ci regala altri cinque anni di giovinezza, non cambierà molto. In caso contrario, l’unico leader del PDL che piace in casa sua ed in casa di Bossi è Giulio Tremonti.

Intanto Rutelli ha fondato “ALLEANZA per l’Italia”. Casini a sua volta ha creato il “Partito della NAZIONE”. E Fini, in fuga dalla destra ed orfano di ALLEANZA NAZIONALE,  è come sappiamo in cerca di amici.

Che qualcuno gli stia lanciando dei messaggi, neanche tanto cifrati?

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“La politica nel pallone” – Gli arcani meccanismi della politica italiana in pillole calcistiche.

May 14, 2010

Spesso, tanto nel mondo del calcio quanto in quello della politica nostrana, il cosiddetto “tifo contro” vale più del “tifo per”.

Un insegnamento che i tifosi romanisti ed interisti devono avere imparato bene due domeniche fa, quando l’Inter capolista è scesa a Roma ed ha trovato uno stadio Olimpico tutto dalla sua parte, disposto ad  accompagnarla per mano nel battere una Lazio praticamente inerte. Alla gara sono seguiti fiumi di polemiche sulla stampa sportiva e sui media nazionali: l’accusa rivolta alla tifoseria laziale sarebbe quella di avere condizionato i propri beniamini biancocelesti obbligandoli a perdere la partita contro l’Inter. In caso di vittoria, infatti, a beneficiare dello stop della squadra milanese sarebbero stati gli odiati cugini romanisti, a due sole lunghezze dalla capolista.

Ora, tralasciando l’indignazione di tutto il pubblico sportivo italiano (meno quello interista e laziale naturalmente!), ciò che mi interessa è in primis descrivere la logica che sta dietro alla questione ed in seconda battuta evidenziarne le strette analogie con uno dei meccanismi di funzionamento della competizione politica partitica nostrana, specie di quella tipica della cosiddetta Seconda Repubblica. Non ci vuole certo Machiavelli per comprendere che le ragioni dell’atteggiamento tenuto dalla tifoseria laziale risiedono nella rivalità con l’altra squadra della capitale. Come si è detto, vincere quella partita avrebbe permesso il sorpasso della Roma sull’Inter, sorpasso che a due sole giornate dalla fine sarebbe equivalso a consegnare lo scudetto nelle mani dei giallorossi.

“Piuttosto che dare lo scudetto ai romanisti ce ne andiamo in serie B”, è stato il motto condiviso dalla maggioranza dei tifosi laziali (la Lazio non aveva infatti ancora la matematica certezza della salvezza). Qualcosa di molto simile avviene nell’atteggiamento di buona parte dell’elettorato italiano quando si tratta di recarsi alle urne. La radicalizzazione della partigianeria che sta connotando così distintamente la nostra società, in particolar modo da quando è sceso in campo (le analogie tra politica e pallone non finiscono mai!) Silvio Berlusconi, somiglia tanto al sentimento che ha determinato l’atteggiamento dei tifosi laziali. In politica infatti il “tifo contro” spesso rappresenta una componente rilevantissima nella decisione di voto di un elettore. Nelle tornate elettorali degli ultimi quindici anni infatti, in misura diversa a seconda  della legge elettorale che regola la competizione (amministrative, europee o politiche), la ratio che ha orientato la scelta tra l’offerta politica partitica spesso è stata proprio quella di ostacolare maggiormente il partito o il leader più inviso. In un clima politico come quello della nostra Seconda Repubblica, in cui la contrapposizione bipolare sta facendo la parte del leone, le componenti psicologiche del “voto contro” hanno infatti trovato un terreno particolarmente fertile.

Tecnicamente ad aver amplificato il fenomeno, che va ricordato è comunque presente in qualsiasi competizione politica di qualsivoglia democrazia del mondo, è proprio la logica bipolare associata al sistema maggioritario, quella cioè che rende certo (e possibile nei numeri, si pensi ai premi di maggioranza) che il partito o la coalizione che raggiunge la maggioranza relativa andrà al governo. La stessa logica che stritola tutti i partiti minori che rimangono fuori, per scelta o per esclusione, dalle uniche due coalizioni con possibilità di vincere. Nella prassi politica, poi, molto spesso gli esponenti delle due coalizioni principali hanno invitato l’elettorato a non “disperdere” la propria preferenza votando chi non gareggia nella sfida principale, esortando i cittadini, per così dire, ad esprimere il famigerato voto utile. Ora, questo equivale esattamente ad avallare la logica del “voto/tifo contro”: quando io chiedo ad un elettore di non scegliere un partito che non è allineato nei due schieramenti, lo sto infatti semplicemente invitando a votare contro la vittoria della parte politica da lui più distante. Ed ancora, quando la gran parte della comunicazione politica si basa sulla contrapposizione all’avversario, sulla sua demonizzazione, si cerca esattamente di sfruttare l’effetto del “voto contro”. Marcare gli aspetti negativi dei propri avversari politici è un espediente molto efficace, soprattutto quando ci si rivolge al grande pubblico, che in letteratura è studiato come “negative campaigning” .

Che ci piaccia o no, il “voto contro” ed il “tifo contro” sono due pezzi di realtà del nostro Paese, che il clima da bagarre che domina tanto il dibattito mediatico sportivo quanto quello politico hanno incrementato in misura rilevante. Possiamo essere più o meno d’accordo, ma tant’è. L’errore che spesso si commette è credere che a poterne sfruttare gli effetti siano soprattutto i partiti di centrosinistra, che troverebbero nell’antiberlusconismo un formidabile collante ed un immediato punto di forza nell’urna elettorale. Ed invece credo che al punto in cui siamo arrivati, nonostante sia  vero che la leadership di Berlusconi attiri tanto consenso quanto avversione, anche per gli elettori del Popolo della libertà valgano i medesimi sentimenti nei confronti degli esponenti di centro sinistra e della loro possibile vittoria. D’altronde tutta la retorica berlusconiana della sinistra comunista, illiberale, statalista e fannullona deve aver fatto breccia nel cuore e nelle menti dei tanti elettori del PDL. Numeri alla mano è impossibile non notare come l’Italia sia spaccata in due da almeno quindici anni: troppo tempo e troppe occasioni sono state dedicate ad alzare le barricate da ambo le parti. E’ per questo che quando Fini prova a smarcarsi da questa logica non lo segue nessuno, che la sinistra radicale è in via di estinzione e che gli appelli di Casini cadono miseramente nel vuoto. Ed è ancora per questo che i cambi di schieramento passano per tradimento e non vengono premiati dagli elettori, ormai radicalizzati su posizioni da trincea.

I moralismi del giorno dopo lasciano quindi il tempo che trovano, specie poi se provengono dai banchi di Montecitorio: sia quando ci si indigna per l’atteggiamento della tifoseria della Lazio dopo che per anni si è soffiato sul fuoco della rivalità delle due squadre della capitale, sia quando si formulano gli inviti a dialogare, gli appelli per abbassare i toni dello scontro politico e via dicendo, nonostante entrambe le coalizioni costruiscono la loro comunicazione, il loro posizionamento, quando non la propria identità politica, sulla contrapposizione all’avversario.

Chi è rimasto escluso da questo vortice è invece quella grande fetta di Italiani che non vanno a votare, i famigerati astenuti: un dato che dovrebbe far pensare chiunque abbia in mente di costruire un’offerta politica che voglia uscire dalle logiche del “tifo contro”!