Archive for the ‘Intervallo’ Category

Intervallo – Quando il fondo del barile non arriva mai!

June 30, 2010

Intervallo - Political TV

Tengono banco in questi giorni le polemiche scaturite intorno alla nomina a ministro senza portafoglio né delega di Aldo Brancher. Un perfetto sconosciuto, almeno al grande pubblico, ma di cui basta leggere la biografia per capirne la machiavellica abilità di trovarsi sempre, come direbbero gli americani, in the right place at the right time! Il ritratto che ne traccia Filippo Ceccarelli è in questo senso davvero imperdibile.

L’affaire Brancher presenta almeno due risvolti degni di nota.

In primo luogo il mistero sulla sostanza dei suoi incarichi: pare non ci sia nessuno in tutta la Roma Imperiale che sappia dire con un minimo di precisione di cosa si debba occupare il buon Brancher: la delega originaria all’Attuazione del Federalismo Amministrativo e Fiscale si è infatti già magicamente trasformata in quella alla Sussidiarietà ed al Decentramento. Misteri capitolini!Lo stesso Brancher, balbettante, aveva provato a risolvere l’enigma con una tautologia: “le mie deleghe sono quelle riportate sulla Gazzetta Ufficiale”! Peccato, però, che tutta la modulistica si trovi ancora sulla scrivania di Silvio, in viaggio diplomatico in Brasile e quindi con ogni probabilità impegnato per tempo indefinito tra le spiagge di Copacabana.  

In secondo luogo, poi, a finire nella bufera mediatica e politica è stato il primo encomiabile atto ufficiale del neoministro: la richiesta di avvalersi del legittimo impedimento per poter disertare l’udienza del prossimo 5 luglio che lo vede imputato nel processo Bpi-Antonveneta. Ora, la sfacciataggine di questa operazione è così palese e malcelata che è riuscita in un record politico eccezionale: aver messo d’accordo Finiani, leghisti, Di Pietristi, ed ancora rossi, bianchi e viola. Il fuoco incrociato, amico e nemico, che ha investito il nostro novello Talleyrand, abile tessitore delle trame politiche della seconda repubblica, si è infatti scatenato tanto dai banchi dell’opposizione, quanto da quelli della maggioranza, fino ad arrivare a meritare un colpo di grazia sparato direttamente dal Colle. Tutti a sottolineare l’inopportunità di questo primo atto ed a richiederne l’inevitabile dietrofront.

L’aspetto che tuttavia mi sembra più grave in tutta la vicenda non è tanto l’inammissibilità per forma, tempi e sostanza della richiesta (del resto… fatta la legge trovato l’inganno) bensì, astraendo dal singolo caso, il fatto che siamo davanti all’ennesima riprova dell’utilizzo negoziale che il centro destra italiano sistematicamente fa dei ruoli di governo e degli incarichi politici. Tutti coloro che hanno in qualche modo favorito gli interessi del grande capo devono essere ricompensati, anche a legislatura avanzata, con una bella nomina a viceministro, a sottosegretario o direttamente a ministro, senza nemmeno trascurare la possibilità di ricorrere all’invenzione ex novo di un ministero o di una delega ad hoc. Un mercimonio fatto e finito tra fedeltà ed incarichi, che avrebbe travolto la credibilità dell’attività di qualsiasi governo al mondo, e che in Italia ha definitivamente avariato lo stesso significato del ruolo di ministro: l’incarico ministeriale sta infatti progressivamente perdendo il suo carattere di funzione esecutiva per assumere sempre più spesso quello di gratifica, di ricompensa, quasi di onorificenza (tra l’altro, considerata nelle fila berlusconiane del massimo grado grazie ai poteri taumaturgici che il legittimo impedimento le ha fornito).

Per informazioni chiedere a Bertolaso, alla Santanché, alla Gelmini, alla Carfagna o a Bondi! Competenza ed esperienza sono optional nei processi di nomina, l’unica virtù apprezzata è quella di essere uomini fedeli.  In questo caso anche di fede.

Advertisements

Intervallo – Quando il narratore non è il problema.

June 5, 2010

Intervallo - Political TV

Ci risiamo, l’ha rifatto un’altra volta. Martedì sera durante la puntata di Ballarò abbiamo assistito all’ennesima telefonata di Berlusconi in diretta tv: al buon Floris è infatti toccato l’ingrato compito di gestire un Premier particolarmente irritato contro gli indici “truccati” di Pagnoncelli, a dire il vero un esempio quasi mitologico della prudenza del sondaggista, e contro il vicedirettore di Repubblica, reo, a detta di Silvio, di essere un bugiardo.

Che cosa è stato a scatenare così tanto le sue ire? Un tema di quelli caldi, tanto per lui quanto per il suo elettorato: tasse ed evasione fiscale. Una questione, per intenderci, di primissimo ordine nella costruzione del consenso berlusconiano e su cui, non a caso, la differenza tra centro-sinistra e centro-destra viene percepita come più marcata. Nella fattispecie il pomo della discordia è stata l’accusa, mossa dal giornalista di Repubblica a Berlusconi, di aver preso posizioni che avrebbero incentivato l’evasione fiscale, cosa che in tempo di vacche magre e sacrifici nazional-popolari risuona particolarmente insopportabile. Ora, il punto non è tanto stabilire se Berlusconi incentivi l’evasione, cosa tra l’altro confermata dalla ricorrenza nelle sue parabole politiche di concetti come “stato di polizia tributaria” o “mettere le mani nelle tasche degli Italiani”, né se il Berlusconi tris abbia cambiato rotta nella lotta contro gli evasori, cosa a dir poco bizzarra se ci ricordiamo il condono fiscale targato Tremonti o la depenalizzazione dei reati fiscali, piuttosto è interessante prendere spunto per ragionare sui modi più efficaci di colpire il nesso tra Berlusconi ed il suo famigerato consenso popolare.

Il berlusconismo, termine che descrive la discesa in campo dell’imprenditore Silvio Berlusconi a suon di plebisciti popolari, è in buona sostanza nient’altro che una narrazione. Lo ha capito prima e meglio degli altri Nichi Vendola, che non a caso vince le elezioni quando si candida e che continua a chiedere che il centro sinistra italiano si faccia a sua volta portatore di un racconto alternativo.

Non posso in questa sede descrivere nella sua interezza il berlusconismo, ma per ricollegarmi a quanto detto fin qui basta pensare a quanta parte gioca in esso proprio la promessa di uno stato minimo e poco ingombrante nella vita (leggi tasche) degli italiani. E’ invece utile sottolineare che ogni narrazione politica coincide esattamente con un racconto a cui gli elettori possono credere o non credere.  Nel nostro caso troviamo da una parte Silvio, con tutto quello che rappresenta agli occhi degli Italiani (ricco, donnaiolo, imprenditore, showman ecc.) e dall’altra il famigerato popolo della libertà che tanto lo ama e che continua a votarlo. In mezzo ci sta invece il racconto, le promesse e la visione che Berlusconi ha imposto nell’arena politica e nella società italiana.

Ora, opporsi al racconto berlusconiano colpendo l’immagine di Berlusconi, direi il vero sport nazionale del centro sinistra italiano, ha fatto sicuramente la fortuna di diversi personaggi, anche politici (si pendi all’IDV), ma non ha fatto perdere né calare il consenso che Silvio riscuote tra gli Italiani.

E questo perché se tu vuoi spiegare a qualcuno che un racconto, che lo convince, non merita invece alcun credito, non devi evidenziare che chi lo racconta è un personaggio negativo (o meglio non solo) ma dovresti riuscire a dimostrare che quel racconto non lo riguarda. La figura del narratore non è mai il punto, è la narrazione che va smascherata!  Ad un bambino a cui si spiega che Babbo Natale non esiste, non si dice che il papà che si è travestito con la barba bianca ed il costume rosso è un impostore, ma si fanno vedere gli scontrini di chi ha pagato i giocattoli che ha trovato sotto l’albero. Il bambino continuerà ad amare il Natale ma smetterà di credere a Babbo Natale.

Così per contrastare la credenza nel berlusconismo che caratterizza il tipico elettore del PDL,  non serve più raccontare che Silvio è stato indagato per corruzione, che è un gaffeur di fama internazionale, che è immerso in un conflitto di interessi di dimensioni macroscopiche, che potrebbe aver avuto una relazione ambigua con una minorenne o che si è tenuto in casa un mafioso come stalliere, ma gli si deve spiegare che tutto ciò che Berlusconi rappresenta e gli promette non è per lui, non lo ha riguardato fino ad adesso e non lo riguarderà mai. Signori, non si scappa, se tutti gli elettori di Berlusconi avessero davvero ottenuto quello che si aspettavano da lui, nessuna opposizione avrebbe mai possibilità di invertire i rapporti di forza. Ed invece più soldi, più guadagni, più libertà, il successo facile, il fare ed amare, i tagli alle tasse, le ville, le crociate contro la giustizia comunista che ti osserva e ti intercetta, sono un racconto che parla “ai” milioni di elettori di Berlusconi ma che non parla “dei” milioni di elettori di Berlusconi.  

Si crede in via emotiva nella figura del leader carismatico ma si crede in maniera molto più razionale al proprio tornaconto. Dipingere i difetti del capo, e di tutti i cortigiani che gli fanno compagnia, non fa cambiare il voto di chi crede nelle sue storielle e quindi in lui: è invece solo rompendo il legame tra le storielle e la comunità dei credenti che si ottiene l’effetto di smascherare il narratore e magari si riesce a fargli perdere qualche voto.

Ultimamente mi sembra che sotto questo punto di vista l’opposizione stia facendo qualche timido passo nella direzione giusta, era ora, ma il tutto chiaramente da solo ancora non basta. Manca infatti un racconto alternativo: l’uomo ha sempre bisogno di credere in qualcosa, non gli si può chiedere di non credere in nulla!

Intervallo – In tempi di crisi

May 25, 2010

Intervallo - Political TV

E’ di questi giorni un’inchiesta pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz che lancia un campanello d’allarme sul riemergere di una cultura razzista e xenofoba proprio nel cuore del Nord Italia, il motore economico del nostro Paese.

L’analisi condotta dalle due giornaliste israeliane delinea un quadro realistico, che tuttavia a mio avviso non coglie fino in fondo alcuni passaggi. Ma andiamo per gradi: il crescente potere politico della Lega Nord, si legge, starebbe da un lato riaprendo la strada a formazioni politiche di chiara ispirazione neofascista, dall’altra creando un humus culturale che ha sdoganato il razzismo ed ha ridato legittimità a proposte  politiche xenofobe.  Delle due affermazioni solo quest’ultima mi sembra centrata: è indubbio infatti che quando a parlare di clandestini da respingere in mare, gommoni da affondare, moschee e “kebab” da chiudere o  rastrellamenti da organizzare, sono addirittura ministri della repubblica, seguiti a ruota dai tanti amministratori locali in quota alla Lega Nord, chiunque altro voglia aggiungersi a cantare ritornelli simili sia sicuramente agevolato. Il razzismo è sempre un fenomeno culturale: aver sdoganato linguaggi ed abitudini culturali, che speravamo di aver seppellito ormai più di sessant’anni fa, è indubbiamente una delle “opere meritorie” che la Lega Nord può inserire nel suo curriculum vitae.

Ed il revival di iniziative di soggetti politici neofascisti come quelle di Milano in queste ultime settimane, denunciate dal quotidiano israeliano, ne sono un’ulteriore riprova.  A differenza dell’analisi  riportata sulle pagine di Haaretz, però, non credo che queste siano il segnale della forza di tali formazioni, al contrario mi sembra che ne testimonino tutta la difficoltà politica che stanno attraversando. Una difficoltà che se da un lato è motivo di piacere per la democrazia italiana dall’altro trova, a mio avviso, una spiegazione molto meno confortante.  

Cosa sta succedendo? Succede che gli ingredienti per un’avanzata elettorale dell’estrema destra di certo non mancano, un dato così evidente che senza dubbio non sfugge ai vari leader della destra radicale italiana, da sempre in attesa di trovare le condizioni fertili per un ritorno in grande stile sulla scena politica nazionale, specie in un quadro politico che dalla fusione di AN e Forza Italia è rimasta priva del partito politico erede della tradizione missina. Su tutti almeno quattro elementi: la crisi, la corruzione della politica nazionale, il tema dell’immigrazione ed un diffuso euroscetticismo.

Ora, il mix di questi quattro elementi potrebbe essere una bomba in termini elettorali per qualsiasi formazione politica di destra nazionalista, xenofoba e sociale, una considerazione avallata dal confronto con quanto avviene in altri Paesi europei. Il caso dell’Ungheria direi che è il più emblematico, ma anche i dati elettorali ad esempio della destra francese o olandese vanno nella medesima direzione.

Ed allora perché in Italia le fortune elettorali di Fiore & Company sono così misere?

Ma perché da noi alla destra del quadro politico non c’è alcun vuoto politico da poter coprire!

E’ proprio il successo della Lega Nord che, in maniera solo apparentemente paradossale, da una parte tarpa le ali alle formazioni politiche di estrema destra dal punto di vista elettorale, dall’altra dimostra esattamente che gli argomenti tipicamente destrorsi pagano oggi più che mai in termini di consenso. Non si scappa: il voto leghista è espressione in buona parte di un voto xenofobo e razzista. Una Lega che infatti ha costruito proprio sulla demonizzazione degli immigrati buona parte dei suoi slogan elettorali, che fa della difesa dell’identità il grimaldello per resistere alla crisi ed alle “invasioni barbariche”, che indica nel federalismo fiscale la panacea a tutti i mali, che continua a gridare “Roma Ladrona” (nonostante occupi stabilmente da più di vent’anni tante poltrone nei palazzi capitolini del potere), che banalizza i rischi di un’economia finanziaria internazionale malata in accuse populistiche lanciate contro Bruxelles. Altro che radicamento nel territorio! 

Ecco quindi che oggi su questi temi c’è davvero ben poco da coprire: chiunque desideri farsene portavoce si trova infatti in ottima compagnia: si trova a salire, per così dire, su di un vagone dove non ci sono più posti liberi.  Sold out: è già tutto occupato da Bossi ed i suoi. 

Ma le spiegazioni della marginalità dell’estremismo di destra non credo finiscano qui. La storia infatti ci insegna anche un’altra cosa: i periodi di crisi economica e sociale aprono la strada a derive autoritarie, a scorciatoie politiche che superano le pastoie della democrazia concentrando la direzione nelle mani di un uomo solo. Il leader carismatico, in cui la nazione si identifica ed a cui il popolo consegna sempre volentieri le redini del potere e la responsabilità di superare i momenti di crisi. E qui entra in gioco Berlusconi, l’uomo forte al timone con il suo calcolato mix di bavagli alle garanzie democratiche,  controllo dell’informazione, retorica populista. Come spiegare altrimenti il fatto che di crisi non si parla o si parla pochissimo (il film Waterworld trasmesso da Political TV qualche giorno fa dovrebbe ricordarci qualcosa…), i grandi eventi e le grandi opere per decreti delega, la chiusura dei talk show politici in campagna elettorale, gli attacchi alla magistratura che non vuole farsi da parte, la marginalizzazione del Parlamento e così via.

Così il forte consenso di cui gode Silvio Berlusconi rappresenta il secondo motivo per cui neanche in tempo di crisi le fisiologiche derive autoritarie non si rivolgono alla destra radicale ma trovano nel leader populista e forte una sintomatica scorciatoia.

B&B dunque, Berlusconi e Bossi, la risposta tutta italiana alla crisi economica che permette al centrodestra di vincere le elezioni nonostante governi male ed impedisce alla destra estrema di trovare fortune nelle urne elettorali, costringendola a scalpitare in cerca di nuovo protagonismo.  In ogni caso brutte notizie: c’è davvero ben poco da rallegrarsi perché chi latita in questo quadro è proprio la sinistra e perché laddove B&B dovessero perdere l’attuale consenso non esiterebbero neanche un secondo (cosa che del resto già fanno in numerosi territori) a fornire a gruppi della destra radicale tutte le sponde istituzionali di cui necessitano.

Intervallo – L’intervento di Feltrin a Cortona

May 12, 2010

Intervallo - Political TV

Un intervento lungo e molto interessante, sebbene discutibile sotto diversi aspetti. Ma quantomeno solleva le questioni centrali che la sinistra deve affrontare, oggi più che mai. Sono sicuro che gli appassionati di politica apprezzeranno.

Nell’intervento si parla principalmente di 3 temi:

–         Definizione dell’Agenda Setting;

–         Perché la Lega vince al Nord.

–         Come far vincere le elezioni alla sinistra.

La definizione dell’Agenda Setting: i falsi problemi del PD.

I temi che sono stati al primo posto nelle discussioni degli ultimi mesi del PD in realtà non importano a nessuno.

1) Il problema dell’organizzazione interna del PD non è un problema che rientra nell’agenda reale del paese, e deve rimanere fuori dai media. E soprattutto la partita sulla modernità e sull’innovazione del partito non si gioca sull’organizzazione del partito (liquido, piuttosto che solido o gassoso).

2) Il problema di questo paese non è il federalismo. Altrimenti non ci sarebbe una decrescita, negli ultimi 40 anni, nella partecipazione delle elezioni regionali. Le elezioni europee sono più frequentate di quelle regionali.

3) Il problema sul voto di preferenza per eleggere i consiglieri regionali, piuttosto che un sistema con primarie e liste bloccate, non importa alla gente. Il voto di preferenza non è aumentato in nessuna regione italiana. Tutta la discussione sui nominati, interessa solo i politici di professione. Agli elettori non interessa. In Lombardia il 23% ha espresso il voto di preferenza, in Emilia, il 25-26%.

Perché la Lega vince al Nord.

La Lega vince perché è radicata sul territorio? FALSO: il radicamento territoriale è forse condizione necessaria, ma mai sufficiente per prendere i voti. La storia del PCI e dell’MSI, partiti radicatissimi nel territorio, non prendevano o perdevano voti in base all’apertura o alla chiusura di nuove sedi. Non sono gli investimenti organizzativi a far crescere la Lega. Servono a tenere lo zoccolo duro, ma non spiega come può la Lega triplicare i voti.

Sono 3 i motivi per cui la Lega prende i voti:

1) Condizioni politiche che permettono alla Lega di conquistare nuovi spazi di offerta politica. Nel ’96 la Lega si è insinuata nel conflitto Berlusconi-Prodi. Nel 2008 la fusione tra FI e AN che ha  causato emorragia di voti al Nord che sono andati alla Lega.

2) La crisi economica premia la Lega. Ogni volta la Lega conquista voti quando c’è la crisi economica. È accaduto nell’83-84, così come nel 93-94, nel 96, nel 2003-2004, e oggi nel 2008-2009. Ogni volta che c’è crisi la risposta del Nord è chiara: “basta terroni”.

3) La Lega presidia alcuni temi di agenda politica che nessun altro partito italiano presidia. Prendiamo gli slogan più famosi:

–         “Forza Etna” e “Vesuvio svegliati”. la Lega inizia nei primi anni ottanta cavalcando il tema della frattura italiana tra Nord e Sud. Questa frattura esiste?

–         “Roma ladrona”. È vero che c’è un problema romano?

–         “Basta tasse”. I leghisti vogliono la Padania indipendente perché non si vuole mandare i soldi al sud. È vero che le tasse del Nord spariscono al Sud?

–         “A casa gli immigrati”. L’immigrazione è o no il problema centrale dell’Europa odierna di fronte al quale gli altri partiti tentennano?

La Lega intercetta l’agenda dell’opinione pubblica di tutto il Nord. E la sinistra sembra negare di fronte all’opinione pubblica l’esistenza di questi problemi. Tuttavia, se questi problemi sono veri, è necessario affrontarli. E trovare soluzioni alternative e chiare. Altrimenti si i voti li prende tutti la Lega.

La ricetta per vincere le elezioni

1) La sinistra dovrebbe seguire la tradizione del PCI e tornare ad ascoltare la classe operaia che per il 68% vive e lavora al Nord. E non pensare che siano tutti degli ignoranti leghisti, e riferirsi solo al “ceto medio riflessivo”.

2) La sinistra dovrebbe riconquistare autonomia da parte dei media nella definizione dell’agenda politica.

3) La sinistra, per vincere, deve riunirsi. Tutta. Mettendo tutti coloro che stanno nel campo di centrosinistra, il campo del centrosinistra sostanzialmente raggiunge il 44-46%. Il campo del centrodestra il 49% circa. Le distanze tra le due grandi famiglie non sono così lontane. Ma, mentre il centrosinistra si è balcanizzato negli ultimi 15 anni, il centrodestra si è ulteriormente omogeneizzato (Pdl + Lega sono sostanzialmente il 49%). I numeri parlano chiaro: o si trova il modo di riunire la sinistra, o si perde.

4) Le prospettive del Centrosinistra sono sensate solo se prendono i voti dal centrodestra. Dati i numeri e i rapporti di forza, questa è oggettivamente l’unica strada per governare.

La domanda politica è: chi è l’avversario principale? È Bossi o Berlusconi? Il PCI e la DC lo sapevano benissimo. Se voglio prendere i voti nei prossimi anni li vado a prendere nell’elettorato del Pdl o della Lega? Su questo bisogna mettersi d’accordo ed essere chiari.