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Se andiamo avanti così, INDOVINA CHI… voterà PD?

August 4, 2010

Berlusconi sta per cadere. Festeggiano tutti, tranne il PD. Sono vent’anni che tutto il popolo del centrosinistra aspetta questo momento… e la leadership del PD cosa fa? Propone larghe intese con chi alla caduta del Governo Prodi si presentò in Parlamento con tanto di mortadella e spumante.

Nel video qui sotto, gli effetti di tanto coraggio. Buone vacanze.

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“Andiamo Oltre” e lavoriamo nelle “Fabbriche”, ma sempre con Machiavelli in tasca!

July 30, 2010

The "Generazione-X" Factor

Abbiamo visto che c’è chi sta tentando di “andare oltre”, ormai da qualche mese, ed a mio giudizio fa un gran bene! Oltre i partiti tradizionali, oltre questo PD, oltre questo centro-sinistra…con lo sguardo fisso alla possibilità di andare oltre il berlusconismo e lasciarsi dietro le spalle una volta per tutte la sua pericolosa fase decadente.

Lo stiamo ripetendo con insistenza dalle nostre frequenze: mantenere immutato lo status quo nella pratica e nell’offerta politica, a seguito di cicli e progetti politici fallimentari sia in termini elettorali che in termini qualitativi, è una strategia perdente: per questo chiunque butta sul tavolo qualcosa di innovativo non può che compiere un’azione corretta! La voglia di cambiamento e di innovazione tout court, però, da sola non basta: ci vuole infatti una direzione corretta verso cui muovere e dei compagni di viaggio sufficientemente attrezzati.

La sensazione che si ricava nel seguire i lavori delle Fabbriche di Nichi, così come degli appuntamenti costruiti nella cornice progettuale di Andiamo Oltre è quella di avere a che fare con progetti che riescono di nuovo a far entusiasmare chi vi partecipa, squarciando in qualche modo quel muro che esiste tanto tra i protagonisti della politica e la famosa base, quanto tra il teatrino della politica e la realtà. La direzione, poi, pare essere proprio quella giusta: contromisure alla precarietà, costruire un partito di giovani elettori, nuova cittadinanza, narrazioni contro Lega Nord e berlusconismo, diritti civili, best practices contro corruzione e malcostume. Il tutto accompagnato sempre dallo stesso minimo comune denominatore: partecipazione orizzontale.

Per dirla con le parole di coloro che stanno animando queste esperienze, siamo al prologo di una battaglia tra la buona e cattiva politica! Tutto vero…non credo sia difficile infatti riconoscere la distanza che esiste tra questi progetti e le immancabili fondazioni ingessate, i convegni pieni dei soliti Soloni con clack a seguito, la pratica politica scandita da fredde dichiarazioni dei portavoce ed i tatticismi esasperati delle correnti.

Una sola avvertenza però: non c’è scritto da nessuna parte che la buona politica debba fare a meno di un approccio da real politik, diciamo pure machiavellico, nei percorsi che si intraprendono. La competizione ha le sue regole e le sue dinamiche: se si sceglie di scendere nell’arena bisogna inevitabilmente affrontarle. Pensare che qualcuno si faccia da parte semplicemente perché riconosce la bontà del tuo lavoro è profondamente sbagliato per un motivo semplicissimo: perché da nessuna parte funziona in questo modo né tanto meno in Italia. Così se dalle Fabbriche di Nichi usciranno avamposti su tutto il territorio nazionale in grado di fronteggiare e correre alla pari con le strutture tradizionali dell’organizzazione partitica, il percorso lanciato dalla roccaforte pugliese vendoliana avrà raggiunto il suo compimento, ed ancora se i frutti del contratto a progetto di Andiamo Oltre riusciranno a condizionare le scelte della dirigenza del PD avranno trovato la loro naturale destinazione. Diversamente rimarrebbe la sensazione di tentativi incompiuti! Leggendo ed osservando i lavori ed i resoconti delle iniziative organizzate da entrambi i progetti, ho l’impressione che tutti gli sforzi si stiano concentrando su discussioni tematiche e sull’elaborazione di proposte politiche: bene così, ma il passaggio cruciale sarà come riuscire a tradurle in partica e quindi come riuscire, in un caso, a lanciare una sfida con reali possibilità di vittoria alla candidatura ufficiale del centro-sinistra, nell’altro a farsi ascoltare da Bersani e dai suoi generalissimi. E qui gli insegnamenti di Machiavelli potrebbero essere d’aiuto!

Sono almeno due gli scopi per cui si fa politica.

Primo per passione personale, perchè il desiderio di migliorare la realtà che ci circonda è una vocazione connaturata a quel particolare animale sociale che è l’essere umano e, quando ci si mette in gioco con passione per raggiungerlo, si riesce a dare un cambio di marcia sostanziale alla propria vita. Quando si ha la sensazione di far parte di un progetto politico che corre verso dei fini che riteniamo giusti si sta incredibilmente meglio!

Secondo per poter conquistare, mantenere e gestire fette di potere politico.  In questo caso al criterio della giustizia delle nostre azioni si affianca quello dell’utilità. Per corrispondere lo stesso desiderio di cambiare la realtà che ci sta intorno, abbiamo bisogno di ricoprire i luoghi decisionali della politica: cosa che in democrazia passa obbligatoriamente attraverso il consenso elettorale e, all’interno di un’organizzazione come un partito, attraverso la capacità di occupare o influenzare i suoi centri di comando.

La politica è buona quando raggiunge entrambi gli scopi: non basta testimoniare la propria alterità rispetto alla cattiva politica, bisogna anche lanciarle una sfida e costruire le condizioni per riuscire a prevalere. Spesso si tende a separare i due piani e a ritenere che ciò che è giusto non sia per forza utile, in termini elettorali. Ma dopo vent’anni di Seconda Repubblica, l’Italia è regredita ad un livello tanto basso in termini civili, politici, economici e culturali da far pensare che i due piani possano essere esattamente coincidenti!

L’effetto Obama, una sorta di onda anomala che nasce in sordina ma poi travolge tutti nel suo svilupparsi, in Italia è strutturalmente difficile da replicare: le nostre primarie sono meno trasparenti, oltre che organizzate in maniera diversa, di quelle made in USA ed i nostri partiti hanno molto più potere e presa su territori, elettori e militanti dei loro corrispettivi statunitensi.

Mi auguro davvero che chi di dovere stia pensando anche a questo!

La Passione di Silvio

July 26, 2010

La Passione Di Silvio

Silvio porta una croce. Ed è solo. Sempre più solo. E ha bisogno di accentrare su di sé (e suoi più fidi alleati) il potere necessario per essere l’unico al timone del paese, e del suo partito.

Per mettere in pratica questo piano, sembra che Silvio voglia mettere mano all’organizzazione del partito.

E ha ragione, perché l’organizzazione è la prima forma non solo di potere, ma anche di comunicazione. Pensiamo a Forza Italia, e alla sua nascita, nel 1994, quando Berlusconi lanciò i “club” sul territorio. Ne nacque una struttura organizzativa acefala, “a rete”, nel tentativo di comunicare freschezza e novità in un partito liberato dalle decisioni piovute dall’alto. Ma dopo qualche tempo, quando Forza Italia si era stabilmente legittimata e radicata nel sistema politico, Berlusconi ha ribaltato l’organizzazione rendendo il partito una struttura piramidale con una rigida catena di comando. La nomina di coordinatori nazionali e regionali (a cui era delegata la scelta di quelli provinciali e cittadini) era diventata di diretta competenza di Berlusconi. Poi la svolta del PDL, il “popolo del predellino”: Berlusconi in un giorno di novembre sale sul predellino di un’auto e annuncia ai microfoni dei giornalisti: «Oggi nasce ufficialmente un nuovo grande Partito del popolo delle libertà: il partito del popolo italiano. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo». Una modalità quantomeno inconsueta di proclamare la fine di un partito e la nascita di un altro. Per questo si parlerà a lungo di «rivoluzione del predellino»: una rivoluzione in solitaria, calata dall’alto, decisa da Silvio e dai suoi consulenti di marketing politico. E in questi ultimi giorni questa direzione personalistica si sta accentrando ancora di più: Berlusconi minaccia di mettere mano allo statuto del partito, Lupi minaccia di chiamare Granata di fronte ai probiviri del partito, e così via.

Berlusconi davanti, dietro tutti gli altri. Resta solo, nel suo sogno megalomane.

Ma per quanto Silvio si sforzi di accentrare il partito su di sé, le defezioni continuano. Fini, Tremonti, La Russa, Barbareschi, Granata, Bocchino sono solo alcune delle sue spine nel fianco negli ultimi giorni. Voci dissonanti che non si allineano alla tesi di Berlusconi che la questione morale “è tutta una cazzata”.

E allora? Silvio preannuncia una nuova riforma organizzativa: una “vera rivoluzione” che porterebbe all’eliminazione dei corpi intermedi per arrivare a “un’interlocuzione diretta tra il leader e i circoli della base”. Senza bisogno di tessere, coordinamenti e congressi.

Senza bisogno di un partito. Rimarranno  solo Silvio, i media e l’audience di elettori. I politici del PDL staranno a guardare mentre Silvio cerca di trasformare il sistema politico italiano in una democrazia da televoto? In una democrazia retta sull’auditel e sui sondaggi sulla popolarità?

Io credo di no. E non perché penso che i suddetti politici del PDL, finiani o berluscones che siano, si vogliano assumere la responsabilità storica di fermare questo processo di svilimento della democrazia. La mia spiegazione non è idealista, ma marxista. Credo che il sistema di interessi clientelari che vive intorno (e grazie) ai partiti non si lascerà smantellare tanto facilmente.  L’Italia non è ancora pronta per fare a meno dei partiti.

La Classe Operaia Va In Fabbrica (di Nichi) – secondo tempo

July 22, 2010

La Classe Operaia Va In Fabbrica (Di Nichi)

Ieri abbiamo letto ed ascoltato tutto quello sta ruotando intorno alla figura di Nichi Vendola e credo non sia difficile riconoscere che uno così nel campo della sinistra italiana non si vedeva da tanti, troppi anni.

Questo dovrebbe essere un dato di fatto, un parere condiviso con entusiasmo da chiunque sia stanco di questa ossimorica repubblica di Cesare. Ed invece le prime reazioni alla candidatura di Nichi Vendola alle prossime primarie del centro-sinistra sono gonfie di scetticismo, diffidenza, presunzione e certamente timore!  Troppi i “se”, inutili i “però” e fuori luogo i “ma”: calcoli e giudizi tattici come al solito che non centrano il punto e certificano inesorabilmente la miopia di una certa dirigenza del centro-sinistra italiano. Per fortuna il coro dei lamentosi non è unanime: qualcuno, che invece ci vede bene, ha capito al volo tutte le potenzialità connesse all’affaire Vendola; chissà, forse perché ne condivide i metodi di fare politica o forse perché, a differenza di molti suoi colleghi, non teme di finire dal lato sbagliato nella bipartizione vendoliana tra buona e cattiva politica!

Ed allora credo proprio che Civati abbia ragione in pieno quando ricorda che “le trecce d’aglio non servono a nulla”.

Dalle frequenze di Political Tv abbiamo il privilegio di poter raccontare le cose esattamente come le vediamo, senza preoccupazioni personali nè tatticismi…ed in questo caso mi sembra che siano almeno due le ragioni oggettive per ritenere la candidatura di Nichi Vendola una risorsa per il centro-sinistra italiano, senza se e senza ma.

1 Se l’offerta politica rimane così com’è il centro-sinistra non può che continuare a perdere: o direttamente alle urne o subito dopo in Parlamento. Non me ne vogliano male Bersani, la dirigenza del PD, di Pietro e così via, che continuano onestamente a fare opposizione ed a cercare di costruire la famosa alternativa, ma qualche cosa di nuovo, diciamo pure un plus-valore, rispetto allo status quo è oggettivamente necessario! E non sono io che lo dico, ma i risultati elettorali di tutte le elezioni degli ultimi 10 anni! Se poi c’è qualcuno che s’illude di vincere solo perché Berlusconi potrebbe uscire di scena…beh ancora una volta si dimostrerebbe di capire poco della realtà italiana, in cui la narrazione berlusconiana ha messo radici così profonde da poter sopravvivere anche al suo cantore privilegiato!

Sto in qualche modo dicendo che Vendola è l’unico politico destinato a vincere contro il PDL? Assolutamente no! Piuttosto sto ribadendo che bisogna fare di tutto per averlo tra le proprie fila: che sarà il capo coalizione, o uno dei suoi generalissimi, per dirla in termini bellici, Vendola è una risorsa troppo grande per pemettersi di perderla! E questo per un motivo fondamentale: perché riesce proprio lì dove l’attuale centro-sinistra è inesorabilmente carente. Entusiasmare e mobilitare fette di elettorato che non votano più da anni! Fette che, come si è già visto in Puglia, rappresentano molti più punti percentuali di quelli portati in dote dal buon Casini!

 2 Quando si perde, o si è perso, una competizione, si ha l’obbligo di cercare qualcosa di nuovo e di lasciare a questo lo spazio necessario affinché tutte le potenzialità dell’innovazione possano prendere forma e sostanza! Una guerra fratricida, con colpi bassi, scorrettezze e magheggi  vari, che travalichino la legittima competizione che si svilupperà in seno alle primarie, sarebbero il più grande assist al centro-destra. Direi che il caso Obama-Clinton potrebbe fare da scuola. Durante le primarie i due candidati si sono confrontati, scontrati, spesso attaccati ed hanno messo in campo tutte le risorse a disposizione per dominare il campo democratico statunitense, ma una volta stabilito il vincitore queste stesse forze sono state aggregate sapientemente. Evitato il rischio del reciproco annientamento, i risultati alle urne hanno dimostrato nei numeri l’effetto moltiplicatore di una competizione reale e leale!

Questi sono dunque almeno due buoni motivi, ma credo che se ne possano trovare ancora molti altri, per vivere con entusiasmo la sfida che Vendola ha lanciato al centro sinistra-italiano: al PD spetta il compito di dimostrare di essere in grado, come si fa nel ciclismo, di mettersi in scia e, se ne sarà capace, di farsi tirare la propria volata.

Intervallo – L’intervento di Feltrin a Cortona

May 12, 2010

Intervallo - Political TV

Un intervento lungo e molto interessante, sebbene discutibile sotto diversi aspetti. Ma quantomeno solleva le questioni centrali che la sinistra deve affrontare, oggi più che mai. Sono sicuro che gli appassionati di politica apprezzeranno.

Nell’intervento si parla principalmente di 3 temi:

–         Definizione dell’Agenda Setting;

–         Perché la Lega vince al Nord.

–         Come far vincere le elezioni alla sinistra.

La definizione dell’Agenda Setting: i falsi problemi del PD.

I temi che sono stati al primo posto nelle discussioni degli ultimi mesi del PD in realtà non importano a nessuno.

1) Il problema dell’organizzazione interna del PD non è un problema che rientra nell’agenda reale del paese, e deve rimanere fuori dai media. E soprattutto la partita sulla modernità e sull’innovazione del partito non si gioca sull’organizzazione del partito (liquido, piuttosto che solido o gassoso).

2) Il problema di questo paese non è il federalismo. Altrimenti non ci sarebbe una decrescita, negli ultimi 40 anni, nella partecipazione delle elezioni regionali. Le elezioni europee sono più frequentate di quelle regionali.

3) Il problema sul voto di preferenza per eleggere i consiglieri regionali, piuttosto che un sistema con primarie e liste bloccate, non importa alla gente. Il voto di preferenza non è aumentato in nessuna regione italiana. Tutta la discussione sui nominati, interessa solo i politici di professione. Agli elettori non interessa. In Lombardia il 23% ha espresso il voto di preferenza, in Emilia, il 25-26%.

Perché la Lega vince al Nord.

La Lega vince perché è radicata sul territorio? FALSO: il radicamento territoriale è forse condizione necessaria, ma mai sufficiente per prendere i voti. La storia del PCI e dell’MSI, partiti radicatissimi nel territorio, non prendevano o perdevano voti in base all’apertura o alla chiusura di nuove sedi. Non sono gli investimenti organizzativi a far crescere la Lega. Servono a tenere lo zoccolo duro, ma non spiega come può la Lega triplicare i voti.

Sono 3 i motivi per cui la Lega prende i voti:

1) Condizioni politiche che permettono alla Lega di conquistare nuovi spazi di offerta politica. Nel ’96 la Lega si è insinuata nel conflitto Berlusconi-Prodi. Nel 2008 la fusione tra FI e AN che ha  causato emorragia di voti al Nord che sono andati alla Lega.

2) La crisi economica premia la Lega. Ogni volta la Lega conquista voti quando c’è la crisi economica. È accaduto nell’83-84, così come nel 93-94, nel 96, nel 2003-2004, e oggi nel 2008-2009. Ogni volta che c’è crisi la risposta del Nord è chiara: “basta terroni”.

3) La Lega presidia alcuni temi di agenda politica che nessun altro partito italiano presidia. Prendiamo gli slogan più famosi:

–         “Forza Etna” e “Vesuvio svegliati”. la Lega inizia nei primi anni ottanta cavalcando il tema della frattura italiana tra Nord e Sud. Questa frattura esiste?

–         “Roma ladrona”. È vero che c’è un problema romano?

–         “Basta tasse”. I leghisti vogliono la Padania indipendente perché non si vuole mandare i soldi al sud. È vero che le tasse del Nord spariscono al Sud?

–         “A casa gli immigrati”. L’immigrazione è o no il problema centrale dell’Europa odierna di fronte al quale gli altri partiti tentennano?

La Lega intercetta l’agenda dell’opinione pubblica di tutto il Nord. E la sinistra sembra negare di fronte all’opinione pubblica l’esistenza di questi problemi. Tuttavia, se questi problemi sono veri, è necessario affrontarli. E trovare soluzioni alternative e chiare. Altrimenti si i voti li prende tutti la Lega.

La ricetta per vincere le elezioni

1) La sinistra dovrebbe seguire la tradizione del PCI e tornare ad ascoltare la classe operaia che per il 68% vive e lavora al Nord. E non pensare che siano tutti degli ignoranti leghisti, e riferirsi solo al “ceto medio riflessivo”.

2) La sinistra dovrebbe riconquistare autonomia da parte dei media nella definizione dell’agenda politica.

3) La sinistra, per vincere, deve riunirsi. Tutta. Mettendo tutti coloro che stanno nel campo di centrosinistra, il campo del centrosinistra sostanzialmente raggiunge il 44-46%. Il campo del centrodestra il 49% circa. Le distanze tra le due grandi famiglie non sono così lontane. Ma, mentre il centrosinistra si è balcanizzato negli ultimi 15 anni, il centrodestra si è ulteriormente omogeneizzato (Pdl + Lega sono sostanzialmente il 49%). I numeri parlano chiaro: o si trova il modo di riunire la sinistra, o si perde.

4) Le prospettive del Centrosinistra sono sensate solo se prendono i voti dal centrodestra. Dati i numeri e i rapporti di forza, questa è oggettivamente l’unica strada per governare.

La domanda politica è: chi è l’avversario principale? È Bossi o Berlusconi? Il PCI e la DC lo sapevano benissimo. Se voglio prendere i voti nei prossimi anni li vado a prendere nell’elettorato del Pdl o della Lega? Su questo bisogna mettersi d’accordo ed essere chiari.

Il PD vuole chiedere l’amicizia a Gianfranco?

May 9, 2010

Amici di Gianfranco

A pochi giorni dal lancio del reality “Amici di Gianfranco”, uno show televisivo che ricordiamo è nato dopo il plebiscito riscosso dalla ribellione finiana tra le fila del Popolo della Libertà, le cronache politiche hanno incominciato a riportare di importanti subbugli all’interno dello schieramento di centro sinistra e, nella fattispecie, tra le fila del PD.

Pare infatti che proprio nei giorni più caldi della lite tra i due cofondatori del PDL, gli esperti di strategia politica del Partito Democratico si siano riuniti d’urgenza e, ragionando intorno ad una un scacchiera a mo’ di Risiko, raffigurante l’intero emiciclo politico di Montecitorio, con tanto di didascalie e grafici dei risultati delle ultime tornate elettorali, abbiano iniziato a studiare gli effetti e le dinamiche innescati dalla “crisi di unanimità” che sta attanagliando il centro destra italiano.

Coniando l’ennesima chicca del tipico lessico politico della dirigenza del Pd, è stato proprio il Massimo esperto di strategia politica a riportare l’esito del summit ed a parlare di un’interlocuzione possibile con Gianfranco Fini! Ora, come spesso succede quando il PD parla di scenari politici futuri più o meno ipotizzabili e come sempre accade quando a farlo è Massimo D’Alema, si è aperto un valzer di dichiarazioni e di discussioni in tutto il Paese ed a tutti i livelli delle fila del PD. Dai giornali, i blog, le trasmissioni televisive che hanno trattato la questione pare essere emersa una sostanziale biforcazione di vedute, che a mio avviso ricalca fedelmente le due scuole di pensiero presenti nel Partito Democratico circa il posizionamento politico da tenere.

La prima, quella d’alemiana per intenderci, suggerisce un approccio di real politik: il Pd, uscito dall’ultimo congresso sotto la mozione Bersani, deve infatti coprire saldamente lo spazio politico di centro-sinistra e cercare tramite alleanze con tutte le forze di opposizione di costruire una coalizione che oggi sappia dare battaglia al governo e domani, ancora unita, si presenti alle urne con la forza sufficiente per essere maggioranza nel Paese. In quest’ottica, che teorizza la contrapposizione tra due coalizioni, qualsiasi defezione sul fronte avversario diventa strategica sia perché ne indebolisce la potenza, sia perché qualsiasi corpo che si allontana da uno dei due poli è fisiologicamente destinato ad entrare nel raggio d’influenza  dell’altro. La neutralità in un siffatto scenario, infatti, non conviene quasi mai, specie se si i due contendenti dovessero trovare l’accordo per una nuova legge elettorale.   

La seconda, invece, sponsorizzata dalla linea verde del PD e coincidente con alcuni punti forti delle altre due mozioni di minoranza, preferisce un partito che, prima di ogni calcolo strategico strumentale alla battaglia, affronti una fase in cui radunare le forze, trovarne di nuove e schiarirsi le idee. Eventuali alleanze ed aperture sono quindi da rimandare: alcuni infatti hanno in mente un PD che sappia catturare il voto più moderato, senza doverne appaltare il compito al buon Casini, mentre altri strizzerebbero più volentieri l’occhio a tutti quegli elettori che, non trovando rappresentanza nel quadro politico attuale, semplicemente non vanno più a votare. Una percentuale, quella degli astenuti, che è in progressiva crescita e che nelle ultime elezioni regionali ha toccato quota 40%.

Alla segreteria del PD spetta dunque il difficile compito di tenere insieme queste due linee di pensiero, cercando ad un tempo di sotterrarne le differenze e ritardarne il più possibile la scelta. Mitica, in questo senso, la frase pronunciata da Bersani ad Anno Zero proprio in riferimento alle polemiche suscitate dall’apertura ai Finiani: Per salvare la costituzione da Calderoli, ha spiegato Bersani, faccio un patto con chiunque: “Fini interlocutore? Beh, cosa facciamo i teologi del Concilio di Calcedonia ad andare a vedere cosa significa una parola e spaccarla in quattro, per poi descriverci come la sinistra che litiga?”.

Ed allora, nell’adempiere ad un compito tanto delicato, potrebbero essere utili a Bersani due semplici consigli mutuabili, visto che ci troviamo di fronte ad una questione di risiko politico, direttamente dalla storia diplomatica. Il primo paragrafo del manuale del buon stratega, infatti, riporta la classica formula “il nemico del mio nemico è un mio amico”. E qui stanno tutte le ragioni dell’interlocuzione con Fini e la bontà della scelta d’alemiana. Tra le note del paragrafo, però, ve n’è senz’altro una che racconta come nella storia, all’indomani della sconfitta del nemico comune, la coalizione vincente generalmente si divide: un insegnamento che Bersani & company faranno bene a non sottovalutare prima di decidere di entrare nella casa degli Amici di Gianfranco.