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La Passione di Silvio

July 26, 2010

La Passione Di Silvio

Silvio porta una croce. Ed è solo. Sempre più solo. E ha bisogno di accentrare su di sé (e suoi più fidi alleati) il potere necessario per essere l’unico al timone del paese, e del suo partito.

Per mettere in pratica questo piano, sembra che Silvio voglia mettere mano all’organizzazione del partito.

E ha ragione, perché l’organizzazione è la prima forma non solo di potere, ma anche di comunicazione. Pensiamo a Forza Italia, e alla sua nascita, nel 1994, quando Berlusconi lanciò i “club” sul territorio. Ne nacque una struttura organizzativa acefala, “a rete”, nel tentativo di comunicare freschezza e novità in un partito liberato dalle decisioni piovute dall’alto. Ma dopo qualche tempo, quando Forza Italia si era stabilmente legittimata e radicata nel sistema politico, Berlusconi ha ribaltato l’organizzazione rendendo il partito una struttura piramidale con una rigida catena di comando. La nomina di coordinatori nazionali e regionali (a cui era delegata la scelta di quelli provinciali e cittadini) era diventata di diretta competenza di Berlusconi. Poi la svolta del PDL, il “popolo del predellino”: Berlusconi in un giorno di novembre sale sul predellino di un’auto e annuncia ai microfoni dei giornalisti: «Oggi nasce ufficialmente un nuovo grande Partito del popolo delle libertà: il partito del popolo italiano. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo». Una modalità quantomeno inconsueta di proclamare la fine di un partito e la nascita di un altro. Per questo si parlerà a lungo di «rivoluzione del predellino»: una rivoluzione in solitaria, calata dall’alto, decisa da Silvio e dai suoi consulenti di marketing politico. E in questi ultimi giorni questa direzione personalistica si sta accentrando ancora di più: Berlusconi minaccia di mettere mano allo statuto del partito, Lupi minaccia di chiamare Granata di fronte ai probiviri del partito, e così via.

Berlusconi davanti, dietro tutti gli altri. Resta solo, nel suo sogno megalomane.

Ma per quanto Silvio si sforzi di accentrare il partito su di sé, le defezioni continuano. Fini, Tremonti, La Russa, Barbareschi, Granata, Bocchino sono solo alcune delle sue spine nel fianco negli ultimi giorni. Voci dissonanti che non si allineano alla tesi di Berlusconi che la questione morale “è tutta una cazzata”.

E allora? Silvio preannuncia una nuova riforma organizzativa: una “vera rivoluzione” che porterebbe all’eliminazione dei corpi intermedi per arrivare a “un’interlocuzione diretta tra il leader e i circoli della base”. Senza bisogno di tessere, coordinamenti e congressi.

Senza bisogno di un partito. Rimarranno  solo Silvio, i media e l’audience di elettori. I politici del PDL staranno a guardare mentre Silvio cerca di trasformare il sistema politico italiano in una democrazia da televoto? In una democrazia retta sull’auditel e sui sondaggi sulla popolarità?

Io credo di no. E non perché penso che i suddetti politici del PDL, finiani o berluscones che siano, si vogliano assumere la responsabilità storica di fermare questo processo di svilimento della democrazia. La mia spiegazione non è idealista, ma marxista. Credo che il sistema di interessi clientelari che vive intorno (e grazie) ai partiti non si lascerà smantellare tanto facilmente.  L’Italia non è ancora pronta per fare a meno dei partiti.

La politica nel pallone – Doppi Fini

July 17, 2010
La Politica Nel Pallone - Doppi Fini

La Politica Nel Pallone - Doppi Fini

La Russa intitola la Coppa Italia 2010-2011 ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Anch’egli sta cercando consensi tra chi è stufo delle sparate leghiste sulla presunta superiorità del Nord e sulla secessione. Anche Fini, ormai da qualche tempo, va nella stessa direzione difendendo l’Unità d’Italia, e polemizzando all’occorrenza con Tremonti, Bossi o altri esponenti della maggioranza. Da quando i finiani si sono pubblicamente allontanati dal capezzale di Berlusconi, Gianfranco è diventato un competitor dichiarato per La Russa, così come per tutti coloro che hanno scelto di restare fedeli all’Imperatore (Cesare) fino all’ultimo. All’orizzonte, si stagliano movimenti tellurici che ricomporranno il sistema partitico in modalità inedite, e la competizione tra i (futuri) avversari è già cominciata, per accaparrarsi “fette” di elettorato. Mentre ciò accade, i leghisti cincischiano con Totti. Che si stiano perdendo qualcosa?

Gianfranco e il declino dell’Imperatore

July 7, 2010

Amici Di Gianfranco

Continua la saga di Gianfranco e i suoi amici. Oggi, Repubblica da i numeri: il peso di questo “terzo polo” (Partito della Nazione, Generazione Italia, Api, Mpa, Montezemolo) sarebbe del 22%. Silvio senza Gianfranco raccoglierebbe un 41%. Al PD spetterebbe il 36%. In picchiata la sinistra con uno striminzito 1%.

Le perplessità metodologiche sono forti: il panel su cui è fatto il sondaggio è di 1000 persone, e nonostante tutte le accortezze per stratificarlo è difficile che rappresentino correttamente più di 60 milioni di abitanti. Tuttavia questi numeri, se fossero anchesolo in minima parte affidabili, fanno presagire i possibili schieramenti che si possono configurare nel futuro prossimo.

Il Financial Times titola “Berlusconi entra in acque pericolose“. Franco scrive sul corriere che il progetto del Popolo delle libertà è in affanno. Per capire il basso indice di gradimento di Berlusconi basta leggere l’editoriale di Galli della Loggia, che descrive un presidente non-politico che invece di indicare una proposta nuova e ardita all’Italia prescrive solo “degli zuccherosi placebo a base di nulla”.

Gianfranco a gonfie vele insomma, e il premier con sempre meno voglia di scherzare, che scappa anche di fronte a una ragazza in bikini che in Brasile gli si offre come regalo. Niente, non si fa vedere. Non fa il brillante.

Berlusconi è in difficoltà. E Gianfranco prende forza. Stiamo finalmente assistendo al declino politico dell’Imperatore?

ALLEANZA per l’Italia + Partito della NAZIONE…

May 31, 2010

Amici di Gianfranco

Il reality Amici di Gianfranco giunge alla sua terza puntata. Uno “speciale” direi, che si propone di dare uno sguardo attento a tutto quello che gravita intorno alla casa dei Finiani.

Il punto è semplice: le dinamiche bipolari stritolano tutti quelli che provano a discostarsene. Oggi è un suicidio politico uscire dalle orbite dei due poli. Ci ha provato la sinistra radicale con gli esiti che tutti noi conosciamo; ci ha provato Rutelli con la sua Api, non pervenuta alle ultime elezioni regionali, e ci ha provato Casini con la celebre ma poco redditizia politica dei due forni.

Intanto qualche giorno fa, proprio Pier Ferdinando ha annunciato la nascita di un nuovo partito che proseguirà il percorso politico dell’UDC: il Partito della Nazione. La piattaforma rivendicativa e programmatica della neonata creatura è ancora un mistero (della fede si potrebbe coerentemente dire). L’unica cosa che è chiara è proprio l’idea mai morta di un nuovo grande centro, un progetto politico alternativo alle logiche bipolari e con lo sguardo fisso alle prossime politiche del 2013. E già perché di questo si sta parlando. Prepararsi al grande evento richiede tempo: chi per primo metterà in campo il progetto più lungimirante porterà a casa i risultati migliori. In questo momento, infatti, a farla da padrone sono ancora le tante incognite che gravano su questa fatidica data: prima tra tutti cosa farà Berlusconi e, in caso di una sua uscita di scena, cosa succederà all’interno del PDL. Chi prenderà il timone del Popolo della libertà e quanta influenza avranno in questa scelta le volontà dei leghisti; che ruolo spetterà a Fini e, soprattutto, quanto vale un PDL senza Silvio.

Chi possedesse poteri da veggente faccia uno squillo a Bersani, che credo proprio ascolterà con molto interesse. Fatto sta che il buon Casini una qualche idea in proposito deve essersela fatta: il grande centro appunto che tra l’altro, ha già dichiarato, non sarà lui a guidare. Ed anche su questo si accettano scommesse…

Io non voglio inoltrarmi troppo nei bui ed inconoscibili meandri del futuro. Ma posso provare a unire alcuni punti già abbastanza chiari.

Se Berlusconi ci regala altri cinque anni di giovinezza, non cambierà molto. In caso contrario, l’unico leader del PDL che piace in casa sua ed in casa di Bossi è Giulio Tremonti.

Intanto Rutelli ha fondato “ALLEANZA per l’Italia”. Casini a sua volta ha creato il “Partito della NAZIONE”. E Fini, in fuga dalla destra ed orfano di ALLEANZA NAZIONALE,  è come sappiamo in cerca di amici.

Che qualcuno gli stia lanciando dei messaggi, neanche tanto cifrati?

“La politica nel pallone” – Gli arcani meccanismi della politica italiana in pillole calcistiche.

May 14, 2010

Spesso, tanto nel mondo del calcio quanto in quello della politica nostrana, il cosiddetto “tifo contro” vale più del “tifo per”.

Un insegnamento che i tifosi romanisti ed interisti devono avere imparato bene due domeniche fa, quando l’Inter capolista è scesa a Roma ed ha trovato uno stadio Olimpico tutto dalla sua parte, disposto ad  accompagnarla per mano nel battere una Lazio praticamente inerte. Alla gara sono seguiti fiumi di polemiche sulla stampa sportiva e sui media nazionali: l’accusa rivolta alla tifoseria laziale sarebbe quella di avere condizionato i propri beniamini biancocelesti obbligandoli a perdere la partita contro l’Inter. In caso di vittoria, infatti, a beneficiare dello stop della squadra milanese sarebbero stati gli odiati cugini romanisti, a due sole lunghezze dalla capolista.

Ora, tralasciando l’indignazione di tutto il pubblico sportivo italiano (meno quello interista e laziale naturalmente!), ciò che mi interessa è in primis descrivere la logica che sta dietro alla questione ed in seconda battuta evidenziarne le strette analogie con uno dei meccanismi di funzionamento della competizione politica partitica nostrana, specie di quella tipica della cosiddetta Seconda Repubblica. Non ci vuole certo Machiavelli per comprendere che le ragioni dell’atteggiamento tenuto dalla tifoseria laziale risiedono nella rivalità con l’altra squadra della capitale. Come si è detto, vincere quella partita avrebbe permesso il sorpasso della Roma sull’Inter, sorpasso che a due sole giornate dalla fine sarebbe equivalso a consegnare lo scudetto nelle mani dei giallorossi.

“Piuttosto che dare lo scudetto ai romanisti ce ne andiamo in serie B”, è stato il motto condiviso dalla maggioranza dei tifosi laziali (la Lazio non aveva infatti ancora la matematica certezza della salvezza). Qualcosa di molto simile avviene nell’atteggiamento di buona parte dell’elettorato italiano quando si tratta di recarsi alle urne. La radicalizzazione della partigianeria che sta connotando così distintamente la nostra società, in particolar modo da quando è sceso in campo (le analogie tra politica e pallone non finiscono mai!) Silvio Berlusconi, somiglia tanto al sentimento che ha determinato l’atteggiamento dei tifosi laziali. In politica infatti il “tifo contro” spesso rappresenta una componente rilevantissima nella decisione di voto di un elettore. Nelle tornate elettorali degli ultimi quindici anni infatti, in misura diversa a seconda  della legge elettorale che regola la competizione (amministrative, europee o politiche), la ratio che ha orientato la scelta tra l’offerta politica partitica spesso è stata proprio quella di ostacolare maggiormente il partito o il leader più inviso. In un clima politico come quello della nostra Seconda Repubblica, in cui la contrapposizione bipolare sta facendo la parte del leone, le componenti psicologiche del “voto contro” hanno infatti trovato un terreno particolarmente fertile.

Tecnicamente ad aver amplificato il fenomeno, che va ricordato è comunque presente in qualsiasi competizione politica di qualsivoglia democrazia del mondo, è proprio la logica bipolare associata al sistema maggioritario, quella cioè che rende certo (e possibile nei numeri, si pensi ai premi di maggioranza) che il partito o la coalizione che raggiunge la maggioranza relativa andrà al governo. La stessa logica che stritola tutti i partiti minori che rimangono fuori, per scelta o per esclusione, dalle uniche due coalizioni con possibilità di vincere. Nella prassi politica, poi, molto spesso gli esponenti delle due coalizioni principali hanno invitato l’elettorato a non “disperdere” la propria preferenza votando chi non gareggia nella sfida principale, esortando i cittadini, per così dire, ad esprimere il famigerato voto utile. Ora, questo equivale esattamente ad avallare la logica del “voto/tifo contro”: quando io chiedo ad un elettore di non scegliere un partito che non è allineato nei due schieramenti, lo sto infatti semplicemente invitando a votare contro la vittoria della parte politica da lui più distante. Ed ancora, quando la gran parte della comunicazione politica si basa sulla contrapposizione all’avversario, sulla sua demonizzazione, si cerca esattamente di sfruttare l’effetto del “voto contro”. Marcare gli aspetti negativi dei propri avversari politici è un espediente molto efficace, soprattutto quando ci si rivolge al grande pubblico, che in letteratura è studiato come “negative campaigning” .

Che ci piaccia o no, il “voto contro” ed il “tifo contro” sono due pezzi di realtà del nostro Paese, che il clima da bagarre che domina tanto il dibattito mediatico sportivo quanto quello politico hanno incrementato in misura rilevante. Possiamo essere più o meno d’accordo, ma tant’è. L’errore che spesso si commette è credere che a poterne sfruttare gli effetti siano soprattutto i partiti di centrosinistra, che troverebbero nell’antiberlusconismo un formidabile collante ed un immediato punto di forza nell’urna elettorale. Ed invece credo che al punto in cui siamo arrivati, nonostante sia  vero che la leadership di Berlusconi attiri tanto consenso quanto avversione, anche per gli elettori del Popolo della libertà valgano i medesimi sentimenti nei confronti degli esponenti di centro sinistra e della loro possibile vittoria. D’altronde tutta la retorica berlusconiana della sinistra comunista, illiberale, statalista e fannullona deve aver fatto breccia nel cuore e nelle menti dei tanti elettori del PDL. Numeri alla mano è impossibile non notare come l’Italia sia spaccata in due da almeno quindici anni: troppo tempo e troppe occasioni sono state dedicate ad alzare le barricate da ambo le parti. E’ per questo che quando Fini prova a smarcarsi da questa logica non lo segue nessuno, che la sinistra radicale è in via di estinzione e che gli appelli di Casini cadono miseramente nel vuoto. Ed è ancora per questo che i cambi di schieramento passano per tradimento e non vengono premiati dagli elettori, ormai radicalizzati su posizioni da trincea.

I moralismi del giorno dopo lasciano quindi il tempo che trovano, specie poi se provengono dai banchi di Montecitorio: sia quando ci si indigna per l’atteggiamento della tifoseria della Lazio dopo che per anni si è soffiato sul fuoco della rivalità delle due squadre della capitale, sia quando si formulano gli inviti a dialogare, gli appelli per abbassare i toni dello scontro politico e via dicendo, nonostante entrambe le coalizioni costruiscono la loro comunicazione, il loro posizionamento, quando non la propria identità politica, sulla contrapposizione all’avversario.

Chi è rimasto escluso da questo vortice è invece quella grande fetta di Italiani che non vanno a votare, i famigerati astenuti: un dato che dovrebbe far pensare chiunque abbia in mente di costruire un’offerta politica che voglia uscire dalle logiche del “tifo contro”!

Il PD vuole chiedere l’amicizia a Gianfranco?

May 9, 2010

Amici di Gianfranco

A pochi giorni dal lancio del reality “Amici di Gianfranco”, uno show televisivo che ricordiamo è nato dopo il plebiscito riscosso dalla ribellione finiana tra le fila del Popolo della Libertà, le cronache politiche hanno incominciato a riportare di importanti subbugli all’interno dello schieramento di centro sinistra e, nella fattispecie, tra le fila del PD.

Pare infatti che proprio nei giorni più caldi della lite tra i due cofondatori del PDL, gli esperti di strategia politica del Partito Democratico si siano riuniti d’urgenza e, ragionando intorno ad una un scacchiera a mo’ di Risiko, raffigurante l’intero emiciclo politico di Montecitorio, con tanto di didascalie e grafici dei risultati delle ultime tornate elettorali, abbiano iniziato a studiare gli effetti e le dinamiche innescati dalla “crisi di unanimità” che sta attanagliando il centro destra italiano.

Coniando l’ennesima chicca del tipico lessico politico della dirigenza del Pd, è stato proprio il Massimo esperto di strategia politica a riportare l’esito del summit ed a parlare di un’interlocuzione possibile con Gianfranco Fini! Ora, come spesso succede quando il PD parla di scenari politici futuri più o meno ipotizzabili e come sempre accade quando a farlo è Massimo D’Alema, si è aperto un valzer di dichiarazioni e di discussioni in tutto il Paese ed a tutti i livelli delle fila del PD. Dai giornali, i blog, le trasmissioni televisive che hanno trattato la questione pare essere emersa una sostanziale biforcazione di vedute, che a mio avviso ricalca fedelmente le due scuole di pensiero presenti nel Partito Democratico circa il posizionamento politico da tenere.

La prima, quella d’alemiana per intenderci, suggerisce un approccio di real politik: il Pd, uscito dall’ultimo congresso sotto la mozione Bersani, deve infatti coprire saldamente lo spazio politico di centro-sinistra e cercare tramite alleanze con tutte le forze di opposizione di costruire una coalizione che oggi sappia dare battaglia al governo e domani, ancora unita, si presenti alle urne con la forza sufficiente per essere maggioranza nel Paese. In quest’ottica, che teorizza la contrapposizione tra due coalizioni, qualsiasi defezione sul fronte avversario diventa strategica sia perché ne indebolisce la potenza, sia perché qualsiasi corpo che si allontana da uno dei due poli è fisiologicamente destinato ad entrare nel raggio d’influenza  dell’altro. La neutralità in un siffatto scenario, infatti, non conviene quasi mai, specie se si i due contendenti dovessero trovare l’accordo per una nuova legge elettorale.   

La seconda, invece, sponsorizzata dalla linea verde del PD e coincidente con alcuni punti forti delle altre due mozioni di minoranza, preferisce un partito che, prima di ogni calcolo strategico strumentale alla battaglia, affronti una fase in cui radunare le forze, trovarne di nuove e schiarirsi le idee. Eventuali alleanze ed aperture sono quindi da rimandare: alcuni infatti hanno in mente un PD che sappia catturare il voto più moderato, senza doverne appaltare il compito al buon Casini, mentre altri strizzerebbero più volentieri l’occhio a tutti quegli elettori che, non trovando rappresentanza nel quadro politico attuale, semplicemente non vanno più a votare. Una percentuale, quella degli astenuti, che è in progressiva crescita e che nelle ultime elezioni regionali ha toccato quota 40%.

Alla segreteria del PD spetta dunque il difficile compito di tenere insieme queste due linee di pensiero, cercando ad un tempo di sotterrarne le differenze e ritardarne il più possibile la scelta. Mitica, in questo senso, la frase pronunciata da Bersani ad Anno Zero proprio in riferimento alle polemiche suscitate dall’apertura ai Finiani: Per salvare la costituzione da Calderoli, ha spiegato Bersani, faccio un patto con chiunque: “Fini interlocutore? Beh, cosa facciamo i teologi del Concilio di Calcedonia ad andare a vedere cosa significa una parola e spaccarla in quattro, per poi descriverci come la sinistra che litiga?”.

Ed allora, nell’adempiere ad un compito tanto delicato, potrebbero essere utili a Bersani due semplici consigli mutuabili, visto che ci troviamo di fronte ad una questione di risiko politico, direttamente dalla storia diplomatica. Il primo paragrafo del manuale del buon stratega, infatti, riporta la classica formula “il nemico del mio nemico è un mio amico”. E qui stanno tutte le ragioni dell’interlocuzione con Fini e la bontà della scelta d’alemiana. Tra le note del paragrafo, però, ve n’è senz’altro una che racconta come nella storia, all’indomani della sconfitta del nemico comune, la coalizione vincente generalmente si divide: un insegnamento che Bersani & company faranno bene a non sottovalutare prima di decidere di entrare nella casa degli Amici di Gianfranco.

Il Reality – “Amici” di Gianfranco

May 5, 2010

Amici di Gianfranco

Ispirato dal successo pluriennale della De Filippi, anche Gianfranco apre il suo Reality: “Amici di Gianfranco”. La trama di questo Reality è molto semplice: il  conduttore, Gianfranco, cerca Amici. Ovunque. Ne ha trovati 500 tra gli amministratori locali. Ne ha trovati addirittura 50mila sulle pagine di Facebook. Ma si sa, gli amici su Facebook non sono come quelli veri. Proprio per questo Gianfranco, che vuole contare per benino quanti sono gli amici che sono solo suoi, ha lanciato un messaggio su internet. Un messaggio che, sostanzialmente, ruota intorno a quattro parole chiave: “merito”, “legalità”, “giovani” e “internet”. Sono parole chiare, che vogliono arrivare alle orecchie del target elettorale a cui sta facendo gli occhi dolci da tempo. Ma andiamo per gradi, e proviamo a leggere la strategia di Gianfranco.

Gianfranco innanzitutto ha messo qualcuno dei suoi a studiare. E i suoi, dopo aver fatto qualche studiacchiata e due o tre briefing, hanno chiamato Gianfranco e gli hanno detto: cercati uno spazio di visibilità e una collocazione politica autonoma rispetto a Berlusconi, altrimenti sei fregato. Infatti, quando Berlusconi lascerà la scena, verrà condannato alla damnatio memoriae, e questo lo sanno tutti. E coloro che rimarranno troppo a lungo a piangere al capezzale dell’Imperatore morente, verranno condannati con lui e cadranno in sventura. Questa storia è antica e saggia, e per capirla basta leggere qualche mito greco. E i ragazzi di Fini l’hanno fatto. E hanno messo sul chi-va-là il loro capo.

Allora Gianfranco ha cominciato a cercare spazi: ha cercato consenso tra i migranti. I suoi, che studiano, gli hanno detto che la maggior parte dei migranti hanno tendenze di destra, e che se li avesse difesi un po’ davanti alle telecamere, avrebbero stravisto per lui. Ora, sta cercando di fare breccia tra i giovani disaffezionati alla destra. Tra i giovani stanchi delle buffonate di Silvio. Sono giovani ai quali dice “tornate a casa, a destra, smettete di votare Di Pietro: la legalità e la meritocrazia ve le do io”.

È vero che Gianfranco si sta creando anche parecchi nemici, anche tra i suoi amici di sempre. E questo fa gioco al suo progetto. Un giorno potrà dire: “vedete, io già litigavo con l’Imperatore e i suoi Vassalli prima che cadesse in disgrazia, io ero diverso, lo sono sempre stato”.

È vero. Ma il problema di Gianfranco è che, restando al suo posto, resta a governare l’Italia fianco a fianco con la Lega, con Silvio e tutti gli altri. Anche Gianfranco, alla fine, nonostante tutto, è un uomo di corte. Anche nel suo video in cui parla di giovani, di futuro, di territori, di politica per passione, ricorda che lui è lì per governare (per “rendere ancora più incisiva la sua azione di governo”, per citare le sue parole esatte). E il Governo di cui parla Gianfranco è il governo di Silvio e di Bossi. E il suo. Tutto questo rumore insomma per tornare a sedersi al tavolo con Silvio e Umberto, che ultimamente non lo chiamavano più. È per questo che, alla fine, la sua ricerca di Amici ha il sapore di una commedia il cui copione è già stato scritto. Chissà in quanti ci cascheranno. E bravo Gianfranco.

“Per un pugno di voti” – il trailer. La prima di un film che ha tradito le aspettative della vigilia!

May 3, 2010

Berlusconi contro Fini; Finiani contro Berlusconiani! Siamo davvero al duello finale? E’ arrivata la resa dei conti?
Sono stati in tanti, alla vigilia ed all’indomani della direzione nazionale del PDL di giovedì 22 aprile, ad essersi posti domande simili e ad avere prospettato scenari conseguenti. Ed in effetti a prima vista sembravano esserci tutti gli elementi salienti per scrivere il più tipico dei finali western, quelli in cui i due sfidanti decidono di affrontarsi in una contesa senza esclusione di colpi.
Con a disposizione le registrazioni di tutta la diretta dall’auditorium della Conciliazione , un maestro come Leone avrebbe ricavato ore ed ore di pellicola: da una parte Berlusconi, il ricco signore che comanda indisturbato da anni, attorniato dai suoi scagnozzi che spadroneggiano su tutti e tutto; dall’altra Gianfranco Fini, fido generalissimo del capo fino a quando non ha deciso di mettersi in affari da solo ed ha iniziato a lamentare il trattamento che i suoi alleati da sempre riservano a tutti gli oppositori.
Non mancava proprio niente, neanche il casus belli: il tradimento pubblico, quello che si consuma al saloon per intenderci, di fronte a cui la risposta non può tardare. 
Con i Finiani che nel giro di pochi giorni avevano dapprima oltraggiato uno dei prediletti del capo , poi infangato la credibilità della vita di corte, ponendo fine alla vulgata della coalizione tutta “fare e amore”, per arrivare al momento di massima visibilità, in occasione appunto della direzione nazionale, con l’imperdonabile affronto pubblico della lite tra i rispettivi leaders.   

Ed invece, andata in scena quello che doveva essere solo il primo atto della grande sfida, le cronache dal fronte hanno già registrato la ritirata di uno dei due schieramenti. Certo, vanno annoverati ancora qualche schermaglia, risse di assestamento tra i rispettivi clan, qualche pallottola sparata in aria…ma nulla di avvincente. Non è infatti un vero un duello quello che si disputa senza che i partecipanti si prendano i rischi di una sconfitta. Troppa tattica e poco coraggio si potrebbe commentare. E le dimissioni di Bocchino sono come un fuoco pirotecnico, brillano nella notte ma solo per qualche secondo ed assumono progressivamente il sapore del sacrificio riparatore. E’ bastato infatti che di fronte alla minaccia di costituire gruppi autonomi in parlamento (il mitico PDL Italia) Berlusconi abbia pronunciato le fatidiche due paroline “elezioni anticipate”, per far rientrare tutte le rimostranze del sodale ribelle. In tempi di democrazia plebiscitaria come quelli che stanno caratterizzando così distintamente l’Italia del 21° secolo, Fini ha presto intuito che tornare a dare la parola agli elettori equivarrebbe a disarmare le sue già limitate truppe.

Ed eccoci quindi al punto dell’analisi politica più interessante, come al solito quello che resta più oscuro all’ombra del gossip politico quotidiano: i Finiani covavano da tempo il desiderio di ordire la congiura. Stavano aspettando il momento più opportuno per sferrare il primo attacco. Quale migliore occasione dell’indomani delle elezioni regionali? Anticipandole sarebbero stati accusati di slealtà, massima offesa per chi è missino nel dna e per chi sa di rivolgersi ad un pubblico che adora il carisma infallibile del comandante in capo; aspettando la fine della sbornia per i festeggiamenti dell’ennesima vittoria elettorale, invece, gli strateghi finiani speravano tanto di cogliere impreparate e rabbonite le truppe rivali quanto di poter godere di tre lunghi anni in cui, mantenendo il potere politico delle cariche politiche ricoperte, convincere media ed elettori della bontà del progetto politico finiano. In caso di insuccesso elettorale, poi, la manovra avrebbe guadagnato legittimità ed urgenza. La reazione dell’asse Berlusconi/Bossi, arrivata immediatamente dopo i rumors sulla possibile iniziativa dei Finiani in Parlamento, proprio paventando il rischio di scissione e di ritorno alle urne ha scompaginato a tal punto i piani del Presidente della Camera da trasformare lo stesso botta e risposta dal palco della direzione nazionale in uno scontro simulato. Senza i gruppi parlamentari autonomi, infatti, Fini rinuncia all’unica arma che realmente possiede per dare fastidio al governo e quindi per poter far pesare le sue posizioni, dimostrando nei fatti di avare ridimensionato notevolmente il livello dello scontro. Certo, contraddire pubblicamente il grande capo ha destato notevole stupore tra i presenti ed i commentatori, ma il clamore del gesto va tarato con il potere assolutistico che Berlusconi detiene nel suo schieramento. Se ci pensiamo un attimo non c’è nulla di eccezionale in una riunione di partito in cui due leader contrappongono con enfasi due visioni distinte per le scelte future. Ed allora ciò che rimane è un duello consumatosi soltanto a parole, che si chiude senza vincitori né vinti. Con tutta probabilità rimandato: il problema della successione a Berlusconi, c’è da giurarsi, non si è ancora nemmeno aperto.

2013, Elezioni Politiche – Il trailer

May 2, 2010

Apocalisse a Montecitorio

Dopo il catastrofico “2012” di Emmerich in cui l’intero globo, dall’Himalaya al cupolone di S. Pietro, venivano spazzati via da uno tsunami apocalittico, il pubblico italiano freme all’uscita del nuovo kolossal catastrofico della Silvio Berlusconi Communication: “2013 – elezioni politiche”. Fino a poche settimane fa sembrava che gli eserciti del centrosinistra avrebbero avuto almeno un paio d’anni, fino al 2013, per riorganizzarsi dopo le ultime sconfitte e affrontare l’Esercito del Male. Oggi le ultime notizie rendono il futuro sempre più incerto, e l’Apocalisse più vicino.

Detto in altre parole, se il Governo cadesse cosa ci dovremmo aspettare? «Silvio stai attento» ha sussurrato Bossi all’orecchio di Berlusconi «perché a questo punto non si capisce dove vuole andare a parare Fini… e se Montezemolo si mette con Draghi, Fini e Casini e rifanno la Dc?». È un’ipotesi più che realistica, e l’Umberto lo sa bene. E sa anche che, se il PDL avrà un’emorragia (Fini e le sue truppe), non è detto che alle prossime elezioni il popolo del predellino non preferisca allearsi con il grande centro e abbandonare la Lega al suo destino… ma le previsioni sono difficili da fare, per tutti.

La verità è che queste elezioni, se capitassero adesso, sarebbero un vero salto nel buio. Non esistono sondaggi che possono dirci quanto vale Fini fuori dal PDL, oppure quanto vale un nuovo partito di Centro che riunisca Udc, Rutelli e Fini sotto lo stesso tetto, o quanto possa valere una Lega che corre da sola alle elezioni, e quindi destinata a essere all’opposizione. Per questo, dopo le sparate dei primi giorni, i leaders sono tornati a più miti consigli (vedi anche qui).

Ma soprattutto, la domanda delle domande rimane senza risposta: chi guiderà la cordata contro Silvio? Il nome di Montezemolo per qualche giorno risuonava con insistenza sui media, e le posizioni dei leader dell’opposizione sono state possibiliste. «Non lo tirerei per la giacchetta» ha detto a proposito un tiepido Di Pietro, che propone «un percorso trasparente» (e cioè le primarie) per trovare un leader condiviso. Oggi sulla Stampa è apparsa un’altra possibilità: “Operazione Nichi”, con De Magistris, Santoro e Marino che sostengono Vendola.

Comunque sia, una discussione aperta sul candidato che può guidare il centrosinistra alle prossime elezioni è uno squarcio di azzurro che taglia le nubi nere e rasserena il cielo plumbeo da Apocalisse. Un percorso che porti a delle primarie della sinistra unita, con candidati credibili e tempistiche azzeccate potrebbe convogliare un’onda positiva in grado di spazzare via Berlusconi e i suoi, e di scongiurare l’Armageddon.

Restiamo in attesa del prossimo trailer…