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La Passione di Silvio

July 26, 2010

La Passione Di Silvio

Silvio porta una croce. Ed è solo. Sempre più solo. E ha bisogno di accentrare su di sé (e suoi più fidi alleati) il potere necessario per essere l’unico al timone del paese, e del suo partito.

Per mettere in pratica questo piano, sembra che Silvio voglia mettere mano all’organizzazione del partito.

E ha ragione, perché l’organizzazione è la prima forma non solo di potere, ma anche di comunicazione. Pensiamo a Forza Italia, e alla sua nascita, nel 1994, quando Berlusconi lanciò i “club” sul territorio. Ne nacque una struttura organizzativa acefala, “a rete”, nel tentativo di comunicare freschezza e novità in un partito liberato dalle decisioni piovute dall’alto. Ma dopo qualche tempo, quando Forza Italia si era stabilmente legittimata e radicata nel sistema politico, Berlusconi ha ribaltato l’organizzazione rendendo il partito una struttura piramidale con una rigida catena di comando. La nomina di coordinatori nazionali e regionali (a cui era delegata la scelta di quelli provinciali e cittadini) era diventata di diretta competenza di Berlusconi. Poi la svolta del PDL, il “popolo del predellino”: Berlusconi in un giorno di novembre sale sul predellino di un’auto e annuncia ai microfoni dei giornalisti: «Oggi nasce ufficialmente un nuovo grande Partito del popolo delle libertà: il partito del popolo italiano. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo». Una modalità quantomeno inconsueta di proclamare la fine di un partito e la nascita di un altro. Per questo si parlerà a lungo di «rivoluzione del predellino»: una rivoluzione in solitaria, calata dall’alto, decisa da Silvio e dai suoi consulenti di marketing politico. E in questi ultimi giorni questa direzione personalistica si sta accentrando ancora di più: Berlusconi minaccia di mettere mano allo statuto del partito, Lupi minaccia di chiamare Granata di fronte ai probiviri del partito, e così via.

Berlusconi davanti, dietro tutti gli altri. Resta solo, nel suo sogno megalomane.

Ma per quanto Silvio si sforzi di accentrare il partito su di sé, le defezioni continuano. Fini, Tremonti, La Russa, Barbareschi, Granata, Bocchino sono solo alcune delle sue spine nel fianco negli ultimi giorni. Voci dissonanti che non si allineano alla tesi di Berlusconi che la questione morale “è tutta una cazzata”.

E allora? Silvio preannuncia una nuova riforma organizzativa: una “vera rivoluzione” che porterebbe all’eliminazione dei corpi intermedi per arrivare a “un’interlocuzione diretta tra il leader e i circoli della base”. Senza bisogno di tessere, coordinamenti e congressi.

Senza bisogno di un partito. Rimarranno  solo Silvio, i media e l’audience di elettori. I politici del PDL staranno a guardare mentre Silvio cerca di trasformare il sistema politico italiano in una democrazia da televoto? In una democrazia retta sull’auditel e sui sondaggi sulla popolarità?

Io credo di no. E non perché penso che i suddetti politici del PDL, finiani o berluscones che siano, si vogliano assumere la responsabilità storica di fermare questo processo di svilimento della democrazia. La mia spiegazione non è idealista, ma marxista. Credo che il sistema di interessi clientelari che vive intorno (e grazie) ai partiti non si lascerà smantellare tanto facilmente.  L’Italia non è ancora pronta per fare a meno dei partiti.

Intervallo – Quando il fondo del barile non arriva mai!

June 30, 2010

Intervallo - Political TV

Tengono banco in questi giorni le polemiche scaturite intorno alla nomina a ministro senza portafoglio né delega di Aldo Brancher. Un perfetto sconosciuto, almeno al grande pubblico, ma di cui basta leggere la biografia per capirne la machiavellica abilità di trovarsi sempre, come direbbero gli americani, in the right place at the right time! Il ritratto che ne traccia Filippo Ceccarelli è in questo senso davvero imperdibile.

L’affaire Brancher presenta almeno due risvolti degni di nota.

In primo luogo il mistero sulla sostanza dei suoi incarichi: pare non ci sia nessuno in tutta la Roma Imperiale che sappia dire con un minimo di precisione di cosa si debba occupare il buon Brancher: la delega originaria all’Attuazione del Federalismo Amministrativo e Fiscale si è infatti già magicamente trasformata in quella alla Sussidiarietà ed al Decentramento. Misteri capitolini!Lo stesso Brancher, balbettante, aveva provato a risolvere l’enigma con una tautologia: “le mie deleghe sono quelle riportate sulla Gazzetta Ufficiale”! Peccato, però, che tutta la modulistica si trovi ancora sulla scrivania di Silvio, in viaggio diplomatico in Brasile e quindi con ogni probabilità impegnato per tempo indefinito tra le spiagge di Copacabana.  

In secondo luogo, poi, a finire nella bufera mediatica e politica è stato il primo encomiabile atto ufficiale del neoministro: la richiesta di avvalersi del legittimo impedimento per poter disertare l’udienza del prossimo 5 luglio che lo vede imputato nel processo Bpi-Antonveneta. Ora, la sfacciataggine di questa operazione è così palese e malcelata che è riuscita in un record politico eccezionale: aver messo d’accordo Finiani, leghisti, Di Pietristi, ed ancora rossi, bianchi e viola. Il fuoco incrociato, amico e nemico, che ha investito il nostro novello Talleyrand, abile tessitore delle trame politiche della seconda repubblica, si è infatti scatenato tanto dai banchi dell’opposizione, quanto da quelli della maggioranza, fino ad arrivare a meritare un colpo di grazia sparato direttamente dal Colle. Tutti a sottolineare l’inopportunità di questo primo atto ed a richiederne l’inevitabile dietrofront.

L’aspetto che tuttavia mi sembra più grave in tutta la vicenda non è tanto l’inammissibilità per forma, tempi e sostanza della richiesta (del resto… fatta la legge trovato l’inganno) bensì, astraendo dal singolo caso, il fatto che siamo davanti all’ennesima riprova dell’utilizzo negoziale che il centro destra italiano sistematicamente fa dei ruoli di governo e degli incarichi politici. Tutti coloro che hanno in qualche modo favorito gli interessi del grande capo devono essere ricompensati, anche a legislatura avanzata, con una bella nomina a viceministro, a sottosegretario o direttamente a ministro, senza nemmeno trascurare la possibilità di ricorrere all’invenzione ex novo di un ministero o di una delega ad hoc. Un mercimonio fatto e finito tra fedeltà ed incarichi, che avrebbe travolto la credibilità dell’attività di qualsiasi governo al mondo, e che in Italia ha definitivamente avariato lo stesso significato del ruolo di ministro: l’incarico ministeriale sta infatti progressivamente perdendo il suo carattere di funzione esecutiva per assumere sempre più spesso quello di gratifica, di ricompensa, quasi di onorificenza (tra l’altro, considerata nelle fila berlusconiane del massimo grado grazie ai poteri taumaturgici che il legittimo impedimento le ha fornito).

Per informazioni chiedere a Bertolaso, alla Santanché, alla Gelmini, alla Carfagna o a Bondi! Competenza ed esperienza sono optional nei processi di nomina, l’unica virtù apprezzata è quella di essere uomini fedeli.  In questo caso anche di fede.

Silvio nel Paese delle meraviglie!

June 9, 2010

Il teatrino della politica di queste ultime 48 ore sta raggiungendo livelli di assurdità di rara e preziosa fattura. Sembra che tutto ruoti intorno al DDL sulle intercettazioni: la maggioranza è spaccata, Silvio blinda il testo del Senato, il Colle è irritato, il popolo viola ed i magistrati protestano, le opposizioni insorgono, e  radio e tv non parlano d’altro. Tutti i politici intervistati nel merito, che siano contrari o favorevoli, esordiscono più o meno così: “in effetti in passato sono stati fatti degli abusi nell’utilizzo da parte della stampa di stralci di intercettazioni…”  Qualcuno poi ne fa derivare l’urgenza della nuova regolamentazione in materia, qualcun altro, invece, si oppone al DDL perché limita gli strumenti nelle mani della magistratura e degli organi inquirenti. Quello su cui, tuttavia, converrebbe riflettere è proprio la premessa di cui sopra, quando si parla degli abusi. Ma a che cosa si stanno riferendo tutti? Ma in che Paese vivono? Ma cosa vedono? Ritornano ossessivamente parole come “gogna mediatica”, “privacy da tutelare”, “diritto a non essere spiati” e così via. Tralasciando l’ipocrisia di avere allevato un popolo di voyeristi, che adora stare a guardare dieci cretini chiusi in una casa per cento giorni, oppure improvvisarsi allevatori,  naufraghi ed artisti, salvo poi lamentare che sui giornali circolano notizie che mettono in mostra il privato dei personaggi pubblici, mi sorge solo una domanda: ma a quanti Italiani, oltre ai politici, al top management dell’imprenditoria italiana, alla fauna che ruota intorno allo spettacolo ed ai criminali di qualsiasi specie (e le categorie possono spesso sovrapporsi) frega veramente qualcosa delle intercettazioni telefoniche? Dirò di più, quanto della deriva pornografica e scandalistica presa dalla stampa e dai media italiani è il risultato della direzione che proprio la classe politica della Seconda Repubblica ha voluto imprimerle?

Ecco dunque che siamo davanti al solito giochino berlusconiano fatto di narrazioni a cui gli Italiani credono, quasi si trattasse di dogmi di fede. Proprio ieri Berlusconi ha dichiarato: “lobby di magistrati e giornalisti hanno finora impedito che si arrivasse ad un testo che difende al 100 per cento la nostra privacy, che in una democrazia è uno dei primi contenuti del nostro diritto alla libertà”

Di colpo ci troviamo immersi in un racconto che descrive una realtà surreale in cui la prima delle preoccupazioni degli Italiani sarebbe quella di sfuggire alle morse di uno stato totalitario di orwelliana memoria. Sarà, ma a soli pochi giorni dalla presentazione di una finanziaria che prevede che soltanto la gente comune (quella che, dati alla mano, continua a regalare milioni di voti a Berlusconi e Bossi) si farà carico della maxi-manovra da 24 miliardi euro, mi sembra che tutta questa urgenza di liberarci dall’invadenza dello Stato Grande Fratello sia l’ennesima mistificazione. A maggior ragione se poi gli stessi che si lamentano sono i più sfegatati supporters delle videocamere ad ogni angolo di strada.

Per completare in grande stile un quadro già così marcatamente delirante ci ha poi pensato ancora Lui, davanti all’assemblea di Federalberghi. “Governare con l’architettura istituzionale prevista dalla nostra costituzione sarebbe un inferno”; progetti politici ottimi ce ne sono, ha poi aggiunto Berlusconi, ma non è possibile tradurli nella realtà per colpa delle regole istituzionali previste dal nostro ordinamento. “Pensi ad un  cavallo e ne esce fuori un dromedario!”

Bersani giustamente ha fatto notare che il Presidente del Consiglio giura, all’inizio del suo mandato, sulla costituzione: in caso di scarso gradimento l’uscita è sempre aperta.

Dalle frequenze di Political TV ci limitiamo ad una sola battuta. All’origine era l’eredità dei comunisti guidati da Prodi, subito dopo la crisi finanziaria, poi Fini il traditore ed ora è il turno della costituzione e dei poteri della magistratura. Insomma, c’è sempre qualcosa o qualcuno che impedisce ad un governo, formato da soli due partiti e con una maggioranza parlamentare tra le più schiaccianti che la storia repubblicana ricordi, di portare a termine le storielle che ha promesso, questa volta senza neanche sfoderare la scrivania in ciliegio, in campagna elettorale. Chissà mai che la storia del cavallo e del dromedario funzioni anche in questo caso!

L’Avvocato Del Diavolo – Il male trova sempre una strada…

June 1, 2010

L'avvocato Del Diavolo - Nirenstein

È una storia pazzesca, che ha fatto il giro del mondo in 5 minuti. Da brividi. L’abbiamo letta, sentita e vista su tutti i media: un commando di soldati israeliani si cala di notte, da un elicottero su una nave di cooperanti. Nasce una colluttazione tra i militari e i cooperanti (questi ultimi armati di bastoni), e i soldati sparano. 19 morti.

A prescindere dalla posizione che possiamo avere sul conflitto israelo-palestinese, mi sembra elementare che non si possa che condannare chi risponde a un’azione politica, civile e pacifica (quella della flottiglia) con un’azione militare e violenta (quella di Israele). Israele ha sicuramente vinto lo scontro militare con i cooperanti: non ci voleva Rambo né un cuor di leone, visto che erano fucili contro bastoni. Ma Israele ha perso la battaglia politica: il mondo è indignato, giustamente, e non convincono le parole di Netanyahu, Lieberman e altri israeliani che difendono a spada tratta i loro militari.

Anche la politica italiana commenta il fatto. Frattini chiede spiegazioni a Israele (giustamente, visto che c’erano anche italiani sulla nave), e la condanna è più o meno chiara da parte di tutta l’opposizione. Tra la maggioranza invece spiccano i soliti noti a fare gli avvocati del diavolo. Spiccano per tempismo Mantica e la Nirenstein. Mentre Mantica difende Israele perché, nella vita, in qualsiasi conflitto ha deciso di schierarsi con il più forte (oggi è Israele, domani è Berlusconi, e via così), la Nirenstein invece è molto più preoccupante. Dopo aver letto le se dichiarazioni sui giornali, sono andato a vedere il suo blog, e ho visto le sue posizioni sul conflitto mediorientale nei mesi scorsi. E sono rimasto senza parole. Vi riporto qui i titoli di alcuni post significativi:

– “L’Onu è il vero ostacolo alla pace”

– “L’Europa vuol dividere Gerusalemme in due per regalarla agli arabi”

– “La pressione di Obama per gli insediamenti: un inutile siparietto”

E così, sbigottito, mi chiedo: ma chi può mai essere d’accordo con questa persona? Chi può denigrare sistematicamente tutti i tentativi di portare la pace tra Israele e Palestina? Dall’Onu, a Obama, all’Europa. Nessuno escluso. Di chi è espressione questa scellerata visione della politica estera? Scorro qualche pagina l’elenco dei post di Fiamma Nirenstein, e capisco quale forza politica si rispecchia in lei. È lui l’amore – corrisposto – di Fiamma.

“Silvio, amico sincero”: un bene raro per Israele

L’amore di Israele per Silvio? Lui sfida il politically correct

Eccoci qua. E per una volta (l’unica) io e Fiamma siamo d’accordo. Berlusconi sfida davvero il “politically correct”. Sì, Berlusconi li sfida uno alla volta: prima sfida il “politically” e poi il “correct”. La Nirenstein invece sfida l’umanità e la pace per difendere ciecamente uno stato che ha scelto la via della violenza e dell’odio.