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Quando la storia si ripete…lezioni dal passato per comprendere la Lega Nord

September 17, 2010

Padania's Got Talent

Mi sono sempre chiesto perché la Lega Nord riesca a dire e fare cose che in una Repubblica democratica sono palesemente inammissibili, senza tuttavia mai andare incontro a reazioni conseguenti da parte di tutto il resto dell’establishment politico e sociale.  

La scuola di Adro marchiata in ogni dove dal simbolo della Lega Nord è forse solo l’ultimo degli esempi che ben rappresentano questo dato di fatto.  Per fortuna sull’episodio sono stati spesi fiumi di parole e di inchiostro; dall’opposizione si è levata una condanna unanime (per la cronaca domani il PD ha in programma una manifestazione proprio nella piccola cittadina del bresciano) ma ho come la sensazione che la reazione all’ultimo delirio leghista non sia stata ancora sufficiente, che esista un’incapacità cronica da parte di tutti (in primis dei loro compagni di maggioranza) a comprendere, e dunque a reagire in maniera proporzionata, la gravità delle azioni e delle posizioni made in Padania.

Durante i miei studi sull’egemonia statunitense mi sono imbattuto in un capitolo del libro “La deriva americana”, in cui l’autore Paul Krugman utilizza un passo di Henry Kissinger (non certo un liberal!) per descrivere l’immobilismo della società americana di fronte alle funeste politiche perseguite dall’amministrazione Bush: a partire dai tagli indiscriminati alle tasse, passando per l’unilateralismo in politica estera e l’utilizzo sistematico della guerra preventiva, per arrivare all’appoggio fornito a quella enorme mole di speculazioni finanziarie che ha corroso e messo in ginocchio l’economia più forte del mondo.  

La tesi del noto economista è che la destra neoconservatrice, che ha guidato la Casa Bianca per otto lunghi anni, fosse nella sua essenza un potere politico di tipo rivoluzionario, da intendersi dunque come soggetto che, non riconoscendo la legittimità del sistema politico vigente negli Stati Uniti, agisse con il chiaro obiettivo di fare piazza pulita dell’esistente. Proprio l’incapacità di riconoscerne la reale natura rivoluzionaria, secondo Krugman, spiegherebbe come mai nessuno dell’establishment politico, tanto democratico quanto repubblicano, abbia saputo porre argine ad una delle peggiori amministrazioni che la storia americana ricordi.  

Il pezzo che Krugman sceglie di riportare è tratto dal primo libro importante scritto dal giovane Kissinger, “A World Restored” (“Diplomazia della restaurazione” in traduzione italiana), libro in cui il politologo tedesco descrive come le diplomazie europee furono incapaci di affrontare con efficacia un potere rivoluzionario come quello rappresentato dalla Francia di Robespierre e poi di Napoleone. E’ un pezzo eccezionale, direi quasi un classico, che Kissinger chiaramente scrive per tracciare degli impliciti parallelismi con il fallimento delle diplomazie della Vecchia Europa nel confrontarsi con l’avvento dei regimi totalitari degli anni Trenta (la famosa politica dell’appeasement perseguita da Francia ed Inghilterra).

Tutto ciò che è classico, ahinoi, non va mai fuori moda: ecco dunque che le parole di Kissinger mi sembrano siano state profetiche non solo per descrivere la fenomenologia del corso politico neocons ma anche per spiegare le ragioni dell’agibilità politica di cui, in Italia, ha goduto e continua a godere un partito come la Lega Nord.

Tracciare dei parallelismi non significa delineare delle equivalenze morali: così Kissinger pensava alla Francia post rivoluzionaria ed agli anni Trenta del XX secolo, Krugman alla destra repubblicana capitanata dai neocons ed io proverò a leggere negli stessi termini la parabola politica della Lega Nord di Umberto Bossi. E’ evidente che ci sono degli abissi storici ed ideali tra questi tre soggetti politici, ma rimane che la grammatica che detta le azioni di (e le reazioni a) un soggetto politico rivoluzionario può essere considerata una costante. Per fortuna nostra i leghisti non guidano la nazione più potente al mondo e neanche posseggono il genio militare del Bonaparte: diciamo dunque che il potenziale di danno che possono arrecare al mondo intero è ben più limitato, ma se restringiamo il campo alla politica italiana non sarà difficile scorgere che mai, prima d’ora, i leghisti hanno avuto tanto potere politico come in questo momento storico. Possiedono quasi il 15% dell’elettorato, hanno i numeri in Parlamento per tenere sotto scacco Berlusconi, guidano numerosissime amministrazioni locali e governano due tra le regioni più produttive e ricche d’Italia. Mi sembra dunque che ci siano tutti gli elementi per essere decisamente allarmati. Ma è arrivato il momento di leggere riflettere sulle parole di Kissinger:

 “Cullati da un periodo di stabilità che sembrava permanente, essi trovarono quasi impossibile prendere per vere le asserzioni del potere rivoluzionario che intendeva fare piazza pulita del contesto esistente. I difensori dello status quo tendono quindi ad iniziare a minacciare il potere rivoluzionario come se le sue proteste fossero semplicemente dettate dalla tattica; come se accettasse in realtà la legittimità esistente ma sovrastimasse la sua portata ai fini di una contrattazione, come se fosse motivata da malcontenti specifici che devono essere mitigati da concessioni limitate. Quelli che mettono in guardia per tempo contro il pericolo vengono considerati allarmisti, quelli che consigliano di adattarsi alle circostanze vengono considerati sani ed equilibrati. (…) Ma è l’essenza del potere rivoluzionario possedere il coraggio delle proprie convinzioni, spingere, davvero con forza, i suoi principi alla loro conclusione ultima.” 

C’è qualcun altro oltre il sottoscritto che vede delle analogie chiare con la storia recente della Lega Nord?

Vi lascio qualche giorno per pensarci e poi proverò ad articolare per esteso il mio ragionamento.

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“Andiamo Oltre” e lavoriamo nelle “Fabbriche”, ma sempre con Machiavelli in tasca!

July 30, 2010

The "Generazione-X" Factor

Abbiamo visto che c’è chi sta tentando di “andare oltre”, ormai da qualche mese, ed a mio giudizio fa un gran bene! Oltre i partiti tradizionali, oltre questo PD, oltre questo centro-sinistra…con lo sguardo fisso alla possibilità di andare oltre il berlusconismo e lasciarsi dietro le spalle una volta per tutte la sua pericolosa fase decadente.

Lo stiamo ripetendo con insistenza dalle nostre frequenze: mantenere immutato lo status quo nella pratica e nell’offerta politica, a seguito di cicli e progetti politici fallimentari sia in termini elettorali che in termini qualitativi, è una strategia perdente: per questo chiunque butta sul tavolo qualcosa di innovativo non può che compiere un’azione corretta! La voglia di cambiamento e di innovazione tout court, però, da sola non basta: ci vuole infatti una direzione corretta verso cui muovere e dei compagni di viaggio sufficientemente attrezzati.

La sensazione che si ricava nel seguire i lavori delle Fabbriche di Nichi, così come degli appuntamenti costruiti nella cornice progettuale di Andiamo Oltre è quella di avere a che fare con progetti che riescono di nuovo a far entusiasmare chi vi partecipa, squarciando in qualche modo quel muro che esiste tanto tra i protagonisti della politica e la famosa base, quanto tra il teatrino della politica e la realtà. La direzione, poi, pare essere proprio quella giusta: contromisure alla precarietà, costruire un partito di giovani elettori, nuova cittadinanza, narrazioni contro Lega Nord e berlusconismo, diritti civili, best practices contro corruzione e malcostume. Il tutto accompagnato sempre dallo stesso minimo comune denominatore: partecipazione orizzontale.

Per dirla con le parole di coloro che stanno animando queste esperienze, siamo al prologo di una battaglia tra la buona e cattiva politica! Tutto vero…non credo sia difficile infatti riconoscere la distanza che esiste tra questi progetti e le immancabili fondazioni ingessate, i convegni pieni dei soliti Soloni con clack a seguito, la pratica politica scandita da fredde dichiarazioni dei portavoce ed i tatticismi esasperati delle correnti.

Una sola avvertenza però: non c’è scritto da nessuna parte che la buona politica debba fare a meno di un approccio da real politik, diciamo pure machiavellico, nei percorsi che si intraprendono. La competizione ha le sue regole e le sue dinamiche: se si sceglie di scendere nell’arena bisogna inevitabilmente affrontarle. Pensare che qualcuno si faccia da parte semplicemente perché riconosce la bontà del tuo lavoro è profondamente sbagliato per un motivo semplicissimo: perché da nessuna parte funziona in questo modo né tanto meno in Italia. Così se dalle Fabbriche di Nichi usciranno avamposti su tutto il territorio nazionale in grado di fronteggiare e correre alla pari con le strutture tradizionali dell’organizzazione partitica, il percorso lanciato dalla roccaforte pugliese vendoliana avrà raggiunto il suo compimento, ed ancora se i frutti del contratto a progetto di Andiamo Oltre riusciranno a condizionare le scelte della dirigenza del PD avranno trovato la loro naturale destinazione. Diversamente rimarrebbe la sensazione di tentativi incompiuti! Leggendo ed osservando i lavori ed i resoconti delle iniziative organizzate da entrambi i progetti, ho l’impressione che tutti gli sforzi si stiano concentrando su discussioni tematiche e sull’elaborazione di proposte politiche: bene così, ma il passaggio cruciale sarà come riuscire a tradurle in partica e quindi come riuscire, in un caso, a lanciare una sfida con reali possibilità di vittoria alla candidatura ufficiale del centro-sinistra, nell’altro a farsi ascoltare da Bersani e dai suoi generalissimi. E qui gli insegnamenti di Machiavelli potrebbero essere d’aiuto!

Sono almeno due gli scopi per cui si fa politica.

Primo per passione personale, perchè il desiderio di migliorare la realtà che ci circonda è una vocazione connaturata a quel particolare animale sociale che è l’essere umano e, quando ci si mette in gioco con passione per raggiungerlo, si riesce a dare un cambio di marcia sostanziale alla propria vita. Quando si ha la sensazione di far parte di un progetto politico che corre verso dei fini che riteniamo giusti si sta incredibilmente meglio!

Secondo per poter conquistare, mantenere e gestire fette di potere politico.  In questo caso al criterio della giustizia delle nostre azioni si affianca quello dell’utilità. Per corrispondere lo stesso desiderio di cambiare la realtà che ci sta intorno, abbiamo bisogno di ricoprire i luoghi decisionali della politica: cosa che in democrazia passa obbligatoriamente attraverso il consenso elettorale e, all’interno di un’organizzazione come un partito, attraverso la capacità di occupare o influenzare i suoi centri di comando.

La politica è buona quando raggiunge entrambi gli scopi: non basta testimoniare la propria alterità rispetto alla cattiva politica, bisogna anche lanciarle una sfida e costruire le condizioni per riuscire a prevalere. Spesso si tende a separare i due piani e a ritenere che ciò che è giusto non sia per forza utile, in termini elettorali. Ma dopo vent’anni di Seconda Repubblica, l’Italia è regredita ad un livello tanto basso in termini civili, politici, economici e culturali da far pensare che i due piani possano essere esattamente coincidenti!

L’effetto Obama, una sorta di onda anomala che nasce in sordina ma poi travolge tutti nel suo svilupparsi, in Italia è strutturalmente difficile da replicare: le nostre primarie sono meno trasparenti, oltre che organizzate in maniera diversa, di quelle made in USA ed i nostri partiti hanno molto più potere e presa su territori, elettori e militanti dei loro corrispettivi statunitensi.

Mi auguro davvero che chi di dovere stia pensando anche a questo!

La Classe Operaia Va In Fabbrica (di Nichi) – secondo tempo

July 22, 2010

La Classe Operaia Va In Fabbrica (Di Nichi)

Ieri abbiamo letto ed ascoltato tutto quello sta ruotando intorno alla figura di Nichi Vendola e credo non sia difficile riconoscere che uno così nel campo della sinistra italiana non si vedeva da tanti, troppi anni.

Questo dovrebbe essere un dato di fatto, un parere condiviso con entusiasmo da chiunque sia stanco di questa ossimorica repubblica di Cesare. Ed invece le prime reazioni alla candidatura di Nichi Vendola alle prossime primarie del centro-sinistra sono gonfie di scetticismo, diffidenza, presunzione e certamente timore!  Troppi i “se”, inutili i “però” e fuori luogo i “ma”: calcoli e giudizi tattici come al solito che non centrano il punto e certificano inesorabilmente la miopia di una certa dirigenza del centro-sinistra italiano. Per fortuna il coro dei lamentosi non è unanime: qualcuno, che invece ci vede bene, ha capito al volo tutte le potenzialità connesse all’affaire Vendola; chissà, forse perché ne condivide i metodi di fare politica o forse perché, a differenza di molti suoi colleghi, non teme di finire dal lato sbagliato nella bipartizione vendoliana tra buona e cattiva politica!

Ed allora credo proprio che Civati abbia ragione in pieno quando ricorda che “le trecce d’aglio non servono a nulla”.

Dalle frequenze di Political Tv abbiamo il privilegio di poter raccontare le cose esattamente come le vediamo, senza preoccupazioni personali nè tatticismi…ed in questo caso mi sembra che siano almeno due le ragioni oggettive per ritenere la candidatura di Nichi Vendola una risorsa per il centro-sinistra italiano, senza se e senza ma.

1 Se l’offerta politica rimane così com’è il centro-sinistra non può che continuare a perdere: o direttamente alle urne o subito dopo in Parlamento. Non me ne vogliano male Bersani, la dirigenza del PD, di Pietro e così via, che continuano onestamente a fare opposizione ed a cercare di costruire la famosa alternativa, ma qualche cosa di nuovo, diciamo pure un plus-valore, rispetto allo status quo è oggettivamente necessario! E non sono io che lo dico, ma i risultati elettorali di tutte le elezioni degli ultimi 10 anni! Se poi c’è qualcuno che s’illude di vincere solo perché Berlusconi potrebbe uscire di scena…beh ancora una volta si dimostrerebbe di capire poco della realtà italiana, in cui la narrazione berlusconiana ha messo radici così profonde da poter sopravvivere anche al suo cantore privilegiato!

Sto in qualche modo dicendo che Vendola è l’unico politico destinato a vincere contro il PDL? Assolutamente no! Piuttosto sto ribadendo che bisogna fare di tutto per averlo tra le proprie fila: che sarà il capo coalizione, o uno dei suoi generalissimi, per dirla in termini bellici, Vendola è una risorsa troppo grande per pemettersi di perderla! E questo per un motivo fondamentale: perché riesce proprio lì dove l’attuale centro-sinistra è inesorabilmente carente. Entusiasmare e mobilitare fette di elettorato che non votano più da anni! Fette che, come si è già visto in Puglia, rappresentano molti più punti percentuali di quelli portati in dote dal buon Casini!

 2 Quando si perde, o si è perso, una competizione, si ha l’obbligo di cercare qualcosa di nuovo e di lasciare a questo lo spazio necessario affinché tutte le potenzialità dell’innovazione possano prendere forma e sostanza! Una guerra fratricida, con colpi bassi, scorrettezze e magheggi  vari, che travalichino la legittima competizione che si svilupperà in seno alle primarie, sarebbero il più grande assist al centro-destra. Direi che il caso Obama-Clinton potrebbe fare da scuola. Durante le primarie i due candidati si sono confrontati, scontrati, spesso attaccati ed hanno messo in campo tutte le risorse a disposizione per dominare il campo democratico statunitense, ma una volta stabilito il vincitore queste stesse forze sono state aggregate sapientemente. Evitato il rischio del reciproco annientamento, i risultati alle urne hanno dimostrato nei numeri l’effetto moltiplicatore di una competizione reale e leale!

Questi sono dunque almeno due buoni motivi, ma credo che se ne possano trovare ancora molti altri, per vivere con entusiasmo la sfida che Vendola ha lanciato al centro sinistra-italiano: al PD spetta il compito di dimostrare di essere in grado, come si fa nel ciclismo, di mettersi in scia e, se ne sarà capace, di farsi tirare la propria volata.

La politica nel pallone. Tutto quello che la sinistra dovrebbe imparare dalle Furie Rosse!

July 12, 2010

La Spagna ha vinto il mondiale, firmando un clamoroso bis dopo la vittoria dell’Europeo di due anni fa.

Le furie rosse hanno da sempre un motto calcistico molto chiaro: “chi ha la palla tra i piedi conduce il gioco”. E quindi premiano i giocatori tecnici e di qualità in grado di mantenere sempre l’iniziativa in qualsiasi reparto ed in qualsiasi momento della partita.

Dovremmo imparare molto da questa filosofia, nella vita di tutti i giorni ma soprattutto in politica.

Vince chi conduce le danze, chi non va a rimorchio dell’avversario, chi sa costruire da solo la propria partita  ed allena da sempre i suoi giocatori a tenere in mano il pallino del gioco.

Da sempre, fin da quando sono poco più che ragazzi: così i vari Piquet, Xavi, Fabregas, Iniesta, Pedro, Busquets si trovano a meraviglia e fanno parte di un’orchestra rodata che suona una musica vincente e di qualità.

Proporrei di mandare in ritiro con loro tutta la classe politica del centro-sinistra italiano…direi che sarebbe una scuola politica senza eguali!

La politica nel pallone: Diego Armando Maradona e la conferma del concetto di autorità!

July 5, 2010

Dovrebbe valere come controprova di quanto scritto nell’ultimo post, dedicato a Maradona ed al concetto di autorità.

Nonostante una brutta sconfitta della sua Argentina contro i Tedeschi, chi ama Diego lo sostiene sempre. A prescindere, come si diceva! 

Quanto ne servirebbe uno così alla sinistra italiana: criticato da stampa ed establishment, ma adorato dal popolo!

La politica nel pallone: Diego Armando Maradona ed il concetto di autorità.

July 3, 2010

Chell’ che fa fa, fa semp’ bbuon’ Nel detto popolare con cui un tifoso napoletano celebra la propria dedizione per Maradona è racchiusa tutta la forza di un concetto particolare come quello di autorità.

In scienza politica il concetto di autorità è definito come un genere particolare di potere “in cui la disposizione ad obbedire in modo incondizionato è fondata sopra la credenza nella sua legittimità”. In due parole l’autorità può essere definita come potere legittimo. Che cosa fa si che un potere sia ritenuto legittimo? Max Weber, uno dei padri della sociologia, parlava di legittimità carismatica (quella dovuta al carattere, alla forza esemplare, al valore del capo), di legittimità legale-razionale (e quindi la legittimità che affonda nella credenza della legalità degli ordinamenti che istituiscono il titolo ed il ruolo di chi detiene il potere) ed ancora di legittimità tradizionale (legata ai valori tradizionali di un popolo, di una nazione, di una comunità ecc.).

Ora, perché questo breve parentesi scientifica è utile ad un blog come questo? Ed ancora come direbbe Di Pietro “che diavolo ci azzecca” Diego Armando Maradona?

Andiamo per gradi: una delle poche cose sensate che si sentono ripetere nel dibattito politico italiano è la presenza nel centro destra e l’assenza nel centro sinistra di un leader. Nel primo caso c’è Silvio, Mr “Ghe pensi mi”, di cui possiamo veramente dire qualsiasi cosa ma non che non sia un leader dotato di carisma (il primo tipo weberiano). Esattamente il discorso contrario vale nel campo del centro sinistra. Il PD ha già cambiato in tre anni altrettanti segretari, il buon Prodi è stato due volte Presidente del Consiglio ed altrettante volte rispedito a casa dall’esplicita sfiducia dei partiti che lo sostenevano. Questi sono dati di fatto, di cui come si è detto si parla da anni. Quello di cui invece non si discute mai è la spiegazione razionale del perché un leader, in politica, sia fondamentale. E qui interviene proprio il concetto di autorità in nostro soccorso.

Ma perché, da definizione, un leader che sia un’autorità ottiene collaborazione e conformità ai suoi comandi ed alle sue indicazioni in maniera quasi incondizionata. Dico quasi perché di tanto in tanto qualsiasi autorità ha bisogno di fornire delle prove, ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Tradotto in termini pratici, ottenere conformità incondizionata significa non dover ad ogni esercizio di potere rafforzare la stessa ricerca di conformità con incentivi puntuali, positivi o negativi. Diciamo dei benefit o dei malus, la cui incessante contrattazione, al contrario, produce per quanto riguarda ad esempio la direzione di un governo, di un partito o di una coalizione inevitabilmente a risultati non solo molto più costosi ma anche meno efficaci. E basta pensare anche solo un istante ai già ricordati governi Prodi o alla turbolenta segreteria del PD targata Veltroni per capire quello che sto cercando di spiegare.

Se dunque come s’è detto, un’autorità ha la capacità di farsi seguire a prescindere, la frase che il tifoso partenopeo dedica a Diego Armando Maradona riassume perfettamente il punto. Da troppi anni in Italia la sinistra non riesce ad esprimere una personalità che venga appoggiata, seguita e supportata con una credenza simile.

Ora facciamo bene attenzione: non sto dicendo che sia necessario seguire un leader politico a prescindere da quello che fa e propone, o dalle vittorie che consegue; sto dicendo però che la presenza di una personalità carismatica che incarni il ruolo di leader permette proprio di scardinare quel gioco al massacro che è diventato l’individuazione di un leader di sinistra che, per almeno una stagione politica, possa costruire un percorso credibile e magari pure vincente in termini elettorali, senza cadere ad ogni battuta d’arresto, senza essere messo in discussione ad ogni occasione in primis dai suoi alleati e dai suoi elettori.

Esattamente, se ci pensiamo bene, quello che è avvenuto tra le fila del centro destra nei momenti di sconfitta elettorale e crisi di consenso. Berlusconi non si è mai mosso dal vertice ed ha rafforzato esattamente il carattere di autorità di cui gode nei confronti del suo elettorato e dei suoi sodali politici. Quando ci si chiede all’indomani dell’ennesima batosta elettorale della sinistra i motivi della sconfitta faremmo bene a riflettere proprio sul concetto di autorità. Ed ancora, tutti coloro che puntano la loro opposizione sulla demonizzazione di Silvio Berlusconi dovrebbero riflettere proprio su come, a fronte di un rapporto di autorità tra leader ed elettorato, il gossip o il “negative campaigning” non riescono a scardinarne le fondamenta.

Ripeto ancora una volta: si cerchino narrazioni alternative, si investa tramite delle primarie competitive e partecipate un leader e si lasci il tempo necessario affinché questo possa rafforzare la sua autorità politica.

P.S. ho scritto questo post appositamente prima della grande sfida da tra Argentina e Germania per un motivo molto preciso: sono pronto a scommettere, proprio perché Diego è considerato un’autorità dai suoi sostenitori, che a prescindere dalla sconfitta o vittoria della sua Argentina chi lo ama continuerà a sostenerlo e chi lo critica continuerà a criticarlo! A prescindere, appunto.

Intervallo – Quando il fondo del barile non arriva mai!

June 30, 2010

Intervallo - Political TV

Tengono banco in questi giorni le polemiche scaturite intorno alla nomina a ministro senza portafoglio né delega di Aldo Brancher. Un perfetto sconosciuto, almeno al grande pubblico, ma di cui basta leggere la biografia per capirne la machiavellica abilità di trovarsi sempre, come direbbero gli americani, in the right place at the right time! Il ritratto che ne traccia Filippo Ceccarelli è in questo senso davvero imperdibile.

L’affaire Brancher presenta almeno due risvolti degni di nota.

In primo luogo il mistero sulla sostanza dei suoi incarichi: pare non ci sia nessuno in tutta la Roma Imperiale che sappia dire con un minimo di precisione di cosa si debba occupare il buon Brancher: la delega originaria all’Attuazione del Federalismo Amministrativo e Fiscale si è infatti già magicamente trasformata in quella alla Sussidiarietà ed al Decentramento. Misteri capitolini!Lo stesso Brancher, balbettante, aveva provato a risolvere l’enigma con una tautologia: “le mie deleghe sono quelle riportate sulla Gazzetta Ufficiale”! Peccato, però, che tutta la modulistica si trovi ancora sulla scrivania di Silvio, in viaggio diplomatico in Brasile e quindi con ogni probabilità impegnato per tempo indefinito tra le spiagge di Copacabana.  

In secondo luogo, poi, a finire nella bufera mediatica e politica è stato il primo encomiabile atto ufficiale del neoministro: la richiesta di avvalersi del legittimo impedimento per poter disertare l’udienza del prossimo 5 luglio che lo vede imputato nel processo Bpi-Antonveneta. Ora, la sfacciataggine di questa operazione è così palese e malcelata che è riuscita in un record politico eccezionale: aver messo d’accordo Finiani, leghisti, Di Pietristi, ed ancora rossi, bianchi e viola. Il fuoco incrociato, amico e nemico, che ha investito il nostro novello Talleyrand, abile tessitore delle trame politiche della seconda repubblica, si è infatti scatenato tanto dai banchi dell’opposizione, quanto da quelli della maggioranza, fino ad arrivare a meritare un colpo di grazia sparato direttamente dal Colle. Tutti a sottolineare l’inopportunità di questo primo atto ed a richiederne l’inevitabile dietrofront.

L’aspetto che tuttavia mi sembra più grave in tutta la vicenda non è tanto l’inammissibilità per forma, tempi e sostanza della richiesta (del resto… fatta la legge trovato l’inganno) bensì, astraendo dal singolo caso, il fatto che siamo davanti all’ennesima riprova dell’utilizzo negoziale che il centro destra italiano sistematicamente fa dei ruoli di governo e degli incarichi politici. Tutti coloro che hanno in qualche modo favorito gli interessi del grande capo devono essere ricompensati, anche a legislatura avanzata, con una bella nomina a viceministro, a sottosegretario o direttamente a ministro, senza nemmeno trascurare la possibilità di ricorrere all’invenzione ex novo di un ministero o di una delega ad hoc. Un mercimonio fatto e finito tra fedeltà ed incarichi, che avrebbe travolto la credibilità dell’attività di qualsiasi governo al mondo, e che in Italia ha definitivamente avariato lo stesso significato del ruolo di ministro: l’incarico ministeriale sta infatti progressivamente perdendo il suo carattere di funzione esecutiva per assumere sempre più spesso quello di gratifica, di ricompensa, quasi di onorificenza (tra l’altro, considerata nelle fila berlusconiane del massimo grado grazie ai poteri taumaturgici che il legittimo impedimento le ha fornito).

Per informazioni chiedere a Bertolaso, alla Santanché, alla Gelmini, alla Carfagna o a Bondi! Competenza ed esperienza sono optional nei processi di nomina, l’unica virtù apprezzata è quella di essere uomini fedeli.  In questo caso anche di fede.

Perché Pontida è Pontida…

June 21, 2010
Padania’s Got Talent

Proprio come Sanremo anche l’annuale appuntamento con il raduno di Pontida merita uno slogan di unicità ed eccezionalità. Quello che avviene ogni anno sul “sacro prato” ha sempre un sapore particolarmente gustoso. Sotto una bella pioggia padana l’edizione 2010 non ha tradito le aspettative. Si va dalle minacce di Castelli (ma dopo la trombata elettorale a casa sua non era meglio un po’ più di sobrietà, soprattutto nel vestire?), al processo di autocoscienza del Trota, passando per i deliri di Bossi, ormai sempre più come Mr Rovagnati… “lui li ha fatti e lui li firma!

Il tutto davanti ad un popolo di coristi che canta contro i Napoletani (come si può essere Napoletani ed elettori del PDL, gli alleati fedelissimi di questi scienziati, è per me fonte di misterioso e profondo turbamento) cercando di coinvolgere nella performance il nostro fuoriclasse preferito, costretto invece ad un immeritato silenzio!

Viva lo zoo,

sul libero suol!

Salvini, un talento davvero “mundial”!

June 16, 2010

Padania's Got Talent

Quando si parla di calcio si finisce molto spesso a dibattere sul talento. Chi ce l’ha innato, chi non ne ha affatto ma sopperisce con il duro allenamento, chi l’ha coltivato, chi gli ha girato le spalle e così via. Ed allora in tempi  di calcio mundial come quelli che stiamo vivendo in questi giorni non poteva certo mancare una puntata del nostro reality dedicato proprio al talento. Eh sì perché, nonostante i primi caldi e l’imminente inizio dell’estate, i nostri indefessi padani dimostrano di essere ancora a pieno regime ed inanellano prestazioni su prestazioni.

L’ultimo esempio cristallino è per ironia della sorte proprio legato al Mondiale sudafricano: ha fatto non poco scalpore, infatti, la diretta che Radio Padania ha trasmesso durante la partita dell’Italia di lunedì sera.

I radiocronisti padani hanno condotto il racconto del match tifando contro la nostra nazionale, esultando al gol del Paraguay (particolarmente gustoso al palato padano perché maturato su incertezza di Cannavaro, napoletano e capitano degli Azzurri) e rammaricandosi per il pareggio del romanissimo De Rossi!

La difesa della linea scelta della redazione tocca, manco a dirlo, ad una delle punte di diamante delle fila leghiste, il cui rango da fuoriclasse era già stato celebrato dalle nostre frequenze in tempi non sospetti, diciamo pure pre-mondiali. 

Ascoltando e riascoltando le sue parole, si sa che il talento è cosa rara e quando si ha la fortuna di trovarsi d’innanzi ad una dimostrazione empirica è difficile per l’uomo comune staccarsene, ho deciso di omaggiare una frase che credo possa essere il manifesto del sentimento che tutti i rappresentanti leghisti  nutrono verso il nostro Paese.  “Non c’è un articolo della costituzione che obbliga a tifare per Tizio o per Caio…”

Ora, guardate che per pronunciare questa frase bisogna essere pervasi da un’esplosione di talento! Se non fossero parlamentari, ministri, eurodeputati, sindaci, governatori ci sarebbe veramente da farsi una risata di un giorno intero e magari adoperarsi per farli scritturare in trasmissioni come la Corrida o il Guinness dei Primati della D’Urso. Ed invece nella frase di Salvini è racchiusa tutta la tragicità della situazione in cui versa la rappresentanza politica dell’Italia: gli esponenti della Lega Nord, che mai come oggi hanno avuto potere ed influenza politica, esercitano infatti i loro mandati dimostrando una fedeltà ed un’appartenenza alla Repubblica Italiana che sono figlie solo di un obbligo costituzionale. Il loro cuore e la loro mente, si sa, stanno tutti nelle continue carnevalate padane che mettono in scena! 

Fermo qui il mio inevitabile mix di tristezza, incredulità, rabbia e mi affido volentieri alla risposta che Marcello Lippi, sollecitato sull’argomento da un giornalista, ha rilasciato: «Ma che cavolo me ne frega e poi perchè vi abbassate fino a questo livello? Siete giornalisti di alto livello. Non dovete scendere così in basso con queste domande…».  

Eh sì caro Marcello, con questa risposta mi hai davvero convinto! Se poi domenica prossima passiamo al 4-4-2 saremo d’accordo veramente su tutto…ed in caso di cavalcata mundial sono pronto a suggerire qualche luogo dove concentrare i festeggiamenti.

Silvio nel Paese delle meraviglie!

June 9, 2010

Il teatrino della politica di queste ultime 48 ore sta raggiungendo livelli di assurdità di rara e preziosa fattura. Sembra che tutto ruoti intorno al DDL sulle intercettazioni: la maggioranza è spaccata, Silvio blinda il testo del Senato, il Colle è irritato, il popolo viola ed i magistrati protestano, le opposizioni insorgono, e  radio e tv non parlano d’altro. Tutti i politici intervistati nel merito, che siano contrari o favorevoli, esordiscono più o meno così: “in effetti in passato sono stati fatti degli abusi nell’utilizzo da parte della stampa di stralci di intercettazioni…”  Qualcuno poi ne fa derivare l’urgenza della nuova regolamentazione in materia, qualcun altro, invece, si oppone al DDL perché limita gli strumenti nelle mani della magistratura e degli organi inquirenti. Quello su cui, tuttavia, converrebbe riflettere è proprio la premessa di cui sopra, quando si parla degli abusi. Ma a che cosa si stanno riferendo tutti? Ma in che Paese vivono? Ma cosa vedono? Ritornano ossessivamente parole come “gogna mediatica”, “privacy da tutelare”, “diritto a non essere spiati” e così via. Tralasciando l’ipocrisia di avere allevato un popolo di voyeristi, che adora stare a guardare dieci cretini chiusi in una casa per cento giorni, oppure improvvisarsi allevatori,  naufraghi ed artisti, salvo poi lamentare che sui giornali circolano notizie che mettono in mostra il privato dei personaggi pubblici, mi sorge solo una domanda: ma a quanti Italiani, oltre ai politici, al top management dell’imprenditoria italiana, alla fauna che ruota intorno allo spettacolo ed ai criminali di qualsiasi specie (e le categorie possono spesso sovrapporsi) frega veramente qualcosa delle intercettazioni telefoniche? Dirò di più, quanto della deriva pornografica e scandalistica presa dalla stampa e dai media italiani è il risultato della direzione che proprio la classe politica della Seconda Repubblica ha voluto imprimerle?

Ecco dunque che siamo davanti al solito giochino berlusconiano fatto di narrazioni a cui gli Italiani credono, quasi si trattasse di dogmi di fede. Proprio ieri Berlusconi ha dichiarato: “lobby di magistrati e giornalisti hanno finora impedito che si arrivasse ad un testo che difende al 100 per cento la nostra privacy, che in una democrazia è uno dei primi contenuti del nostro diritto alla libertà”

Di colpo ci troviamo immersi in un racconto che descrive una realtà surreale in cui la prima delle preoccupazioni degli Italiani sarebbe quella di sfuggire alle morse di uno stato totalitario di orwelliana memoria. Sarà, ma a soli pochi giorni dalla presentazione di una finanziaria che prevede che soltanto la gente comune (quella che, dati alla mano, continua a regalare milioni di voti a Berlusconi e Bossi) si farà carico della maxi-manovra da 24 miliardi euro, mi sembra che tutta questa urgenza di liberarci dall’invadenza dello Stato Grande Fratello sia l’ennesima mistificazione. A maggior ragione se poi gli stessi che si lamentano sono i più sfegatati supporters delle videocamere ad ogni angolo di strada.

Per completare in grande stile un quadro già così marcatamente delirante ci ha poi pensato ancora Lui, davanti all’assemblea di Federalberghi. “Governare con l’architettura istituzionale prevista dalla nostra costituzione sarebbe un inferno”; progetti politici ottimi ce ne sono, ha poi aggiunto Berlusconi, ma non è possibile tradurli nella realtà per colpa delle regole istituzionali previste dal nostro ordinamento. “Pensi ad un  cavallo e ne esce fuori un dromedario!”

Bersani giustamente ha fatto notare che il Presidente del Consiglio giura, all’inizio del suo mandato, sulla costituzione: in caso di scarso gradimento l’uscita è sempre aperta.

Dalle frequenze di Political TV ci limitiamo ad una sola battuta. All’origine era l’eredità dei comunisti guidati da Prodi, subito dopo la crisi finanziaria, poi Fini il traditore ed ora è il turno della costituzione e dei poteri della magistratura. Insomma, c’è sempre qualcosa o qualcuno che impedisce ad un governo, formato da soli due partiti e con una maggioranza parlamentare tra le più schiaccianti che la storia repubblicana ricordi, di portare a termine le storielle che ha promesso, questa volta senza neanche sfoderare la scrivania in ciliegio, in campagna elettorale. Chissà mai che la storia del cavallo e del dromedario funzioni anche in questo caso!