Il PD vuole chiedere l’amicizia a Gianfranco?

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Amici di Gianfranco

A pochi giorni dal lancio del reality “Amici di Gianfranco”, uno show televisivo che ricordiamo è nato dopo il plebiscito riscosso dalla ribellione finiana tra le fila del Popolo della Libertà, le cronache politiche hanno incominciato a riportare di importanti subbugli all’interno dello schieramento di centro sinistra e, nella fattispecie, tra le fila del PD.

Pare infatti che proprio nei giorni più caldi della lite tra i due cofondatori del PDL, gli esperti di strategia politica del Partito Democratico si siano riuniti d’urgenza e, ragionando intorno ad una un scacchiera a mo’ di Risiko, raffigurante l’intero emiciclo politico di Montecitorio, con tanto di didascalie e grafici dei risultati delle ultime tornate elettorali, abbiano iniziato a studiare gli effetti e le dinamiche innescati dalla “crisi di unanimità” che sta attanagliando il centro destra italiano.

Coniando l’ennesima chicca del tipico lessico politico della dirigenza del Pd, è stato proprio il Massimo esperto di strategia politica a riportare l’esito del summit ed a parlare di un’interlocuzione possibile con Gianfranco Fini! Ora, come spesso succede quando il PD parla di scenari politici futuri più o meno ipotizzabili e come sempre accade quando a farlo è Massimo D’Alema, si è aperto un valzer di dichiarazioni e di discussioni in tutto il Paese ed a tutti i livelli delle fila del PD. Dai giornali, i blog, le trasmissioni televisive che hanno trattato la questione pare essere emersa una sostanziale biforcazione di vedute, che a mio avviso ricalca fedelmente le due scuole di pensiero presenti nel Partito Democratico circa il posizionamento politico da tenere.

La prima, quella d’alemiana per intenderci, suggerisce un approccio di real politik: il Pd, uscito dall’ultimo congresso sotto la mozione Bersani, deve infatti coprire saldamente lo spazio politico di centro-sinistra e cercare tramite alleanze con tutte le forze di opposizione di costruire una coalizione che oggi sappia dare battaglia al governo e domani, ancora unita, si presenti alle urne con la forza sufficiente per essere maggioranza nel Paese. In quest’ottica, che teorizza la contrapposizione tra due coalizioni, qualsiasi defezione sul fronte avversario diventa strategica sia perché ne indebolisce la potenza, sia perché qualsiasi corpo che si allontana da uno dei due poli è fisiologicamente destinato ad entrare nel raggio d’influenza  dell’altro. La neutralità in un siffatto scenario, infatti, non conviene quasi mai, specie se si i due contendenti dovessero trovare l’accordo per una nuova legge elettorale.   

La seconda, invece, sponsorizzata dalla linea verde del PD e coincidente con alcuni punti forti delle altre due mozioni di minoranza, preferisce un partito che, prima di ogni calcolo strategico strumentale alla battaglia, affronti una fase in cui radunare le forze, trovarne di nuove e schiarirsi le idee. Eventuali alleanze ed aperture sono quindi da rimandare: alcuni infatti hanno in mente un PD che sappia catturare il voto più moderato, senza doverne appaltare il compito al buon Casini, mentre altri strizzerebbero più volentieri l’occhio a tutti quegli elettori che, non trovando rappresentanza nel quadro politico attuale, semplicemente non vanno più a votare. Una percentuale, quella degli astenuti, che è in progressiva crescita e che nelle ultime elezioni regionali ha toccato quota 40%.

Alla segreteria del PD spetta dunque il difficile compito di tenere insieme queste due linee di pensiero, cercando ad un tempo di sotterrarne le differenze e ritardarne il più possibile la scelta. Mitica, in questo senso, la frase pronunciata da Bersani ad Anno Zero proprio in riferimento alle polemiche suscitate dall’apertura ai Finiani: Per salvare la costituzione da Calderoli, ha spiegato Bersani, faccio un patto con chiunque: “Fini interlocutore? Beh, cosa facciamo i teologi del Concilio di Calcedonia ad andare a vedere cosa significa una parola e spaccarla in quattro, per poi descriverci come la sinistra che litiga?”.

Ed allora, nell’adempiere ad un compito tanto delicato, potrebbero essere utili a Bersani due semplici consigli mutuabili, visto che ci troviamo di fronte ad una questione di risiko politico, direttamente dalla storia diplomatica. Il primo paragrafo del manuale del buon stratega, infatti, riporta la classica formula “il nemico del mio nemico è un mio amico”. E qui stanno tutte le ragioni dell’interlocuzione con Fini e la bontà della scelta d’alemiana. Tra le note del paragrafo, però, ve n’è senz’altro una che racconta come nella storia, all’indomani della sconfitta del nemico comune, la coalizione vincente generalmente si divide: un insegnamento che Bersani & company faranno bene a non sottovalutare prima di decidere di entrare nella casa degli Amici di Gianfranco.

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